“The death of the Trump trade”: così titola il Financial Times
I mercati USA non sono più un porto sicuro?
Secondo un articolo recentemente pubblicato dal Financial Times nella sezione Markets, sembrerebbe che la narrativa finanziaria dominante negli ultimi anni, quella del “Trump trade”, cioè dell’idea che la politica economica e commerciale del presidente Donald Trump fosse un driver di performance positiva per i mercati americani, stia perdendo credibilità. L’analisi segnala che la reazione di alcuni investitori potrebbe essere più consistente di quanto si pensasse: invece di affluire verso asset americani, si starebbe osservando una riduzione dell’esposizione agli Stati Uniti, in parte a causa dell’incertezza politica e tariffaria, e dei rischi per le imprese e l’economia reale.

Il titolo suggerisce proprio una rottura: non che i capitali stiano necessariamente uscendo di massa (money is not pouring out), ma che la fiducia incondizionata nei mercati USA creatasi negli ultimi anni è in fase di assestamento, e che alcune categorie di investitori stanno rivedendo le loro strategie.
I segnali nei mercati: vendite e rotazioni
Le dinamiche osservate sui mercati azionari e nei portafogli degli investitori supportano quanto suggerito dall’articolo di FT
Ridistribuzione degli investimenti da parte degli investitori statunitensi
Un altro (e correlato) fenomeno segnalato dall’agenzia Reuters è l’emergere del cosiddetto “sell America”, una tendenza in cui gli investitori a stelle e strisce stanno ritirando capitali dai mercati domestici per cercare rendimenti migliori all’estero. Secondo i dati, negli ultimi mesi gli investitori statunitensi hanno tolto circa 52 miliardi di dollari da strumenti di equity USA, la più forte uscita degli ultimi 16 anni, segnalando un crescente interesse per azioni in altre aree geografiche come Europa, Asia e mercati emergenti.
Effetto combinato di tariffe e incertezza politica
Il Financial Times non è l’unico media finanziario che lega la nervosità dei mercati a politiche commerciali instabili: numerose cronache internazionali evidenziano come i nuovi dazi annunciati dagli USA dopo la sentenza della Corte Suprema abbiano creato incertezze nei prezzi azionari e spinto gli investitori a operare aggiustamenti di portafoglio. In particolare gli indici come lo S&P 500 e il Nasdaq hanno sperimentato ribassi nelle ultime sedute, mentre asset rifugio come l’oro hanno guadagnato terreno.
Interpretazioni dei media americani
La stampa economica negli Stati Uniti ha offerto interpretazioni coerenti con il quadro delineato da FT, pur con sfumature diverse. Secondo l’agenzia AP News, i mercati statunitensi hanno reagito con forti vendite come un -1% per l’S&P 500 e -1,7% per il Dow Jones dopo che il presidente Trump ha annunciato l’aumento dei dazi fino al 15%, generando timori sulla direzione del commercio internazionale e sulla reazione degli investitori.
Alcune cronache, come quella riportata sempre da AP, raccontano anche un lato più “calmo” dei mercati dopo eventi specifici, come la decisione della Corte Suprema sulla legittimità dei dazi. In questo caso, gli indici statunitensi non hanno reagito in modo eccessivamente negativo, suggerendo che parte della volatilità sia già prezzata nelle quotazioni.
Come leggono il fenomeno gli analisti
Gli esperti osservano che l’idea di una “morte” del Trump trade non significa necessariamente un crollo irreversibile della fiducia nei mercati americani, ma piuttosto un aggiustamento delle aspettative e dei portafogli. L’impatto delle politiche commerciali e tariffarie è entrato nei modelli di rischio, spingendo parte del capitale a ribilanciare verso altri mercati; la rotazione verso settori o aree geografiche più stabili o con prospettive di crescita diverse è una risposta razionale alla politica fiscale e geopolitica incerta; i mercati restano comunque ampi e profondi, con flussi internazionali ancora robusti, ma la percezione di “sicurezza per default” comincia a sfumare.
Questa lettura è coerente con le valutazioni di trend globali come la riduzione dell’esposizione domestica in favore di mercati europei e asiatici.




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