BlackRock inciampa in un momento di difficoltà di HPS Corporate Lending Fund, ma la sua solidità è fuori discussione
La vicenda di HPS Corporate Lending Fund (HLEND) va letta con attenzione, perché il titolo di molti articoli pubblicati sugli organi di stampa internazionali rischia di farla sembrare una crisi di “solidità” simile a quella bancaria, ma tecnicamente non è così. Qui sotto un’immagine apparsa sul web, assolutamente esagerata rispetto alla realtà.

HLEND è un public, perpetually non-traded business development company (BDC): in sostanza un veicolo di private credit che investe soprattutto in prestiti senior secured a tasso variabile a società di medie dimensioni, con finestre di liquidità limitate e non prevede una disponibilità continua dei rimborsi come un fondo monetario o un conto deposito. Lo stesso materiale informativo del fondo avverte che le azioni non sono quotate, che il mercato secondario potrebbe non svilupparsi e che i riacquisti sono soggetti a forti restrizioni.
Il fatto nuovo è che nel primo trimestre 2026 gli investitori hanno chiesto di ritirare circa 1,2 miliardi di dollari, pari a circa il 9,3% del NAV, ma HLEND ha soddisfatto solo 620 milioni, cioè il limite ordinario del 5% trimestrale previsto dalla struttura del prodotto. Reuters e Financial Times sottolineano che è la prima volta che il fondo applica questo freno per eccesso di richieste. Non si tratta quindi di una sospensione totale dei prelievi, ma di una limitazione/pro-rata dei rimborsi coerente con il prospetto.
Un mismatch strutturale di liquidità
Questo punto è essenziale: HLEND non è una banca e i sottoscrittori non sono depositanti. Il problema non è una corsa agli sportelli in senso classico, ma un mismatch strutturale di liquidità fra investitori che vogliono uscire rapidamente e attivi sottostanti ovvero prestiti privati a società non facilmente smobilizzabili, che per natura richiedono tempo. Il fondo stesso spiega che il cap serve a evitare vendite forzate di asset e a mantenere coerenza tra la durata del capitale raccolto e la durata dei prestiti in portafoglio.
Private credit sotto osservazione
Il nodo, però, resta serio perché arriva in un momento in cui il private credit è sotto osservazione. Reuters parla di un settore da circa 2.000 miliardi di dollari, mentre Breakingviews ricorda che i soli fondi di direct lending avevano raggiunto 889 miliardi di dollari di asset secondo Preqin.
Fitch ha inoltre indicato che nel 2025 il tasso di default dei prenditori monitorati nel private credit statunitense è salito al 9,2%, un record, anche se le perdite realizzate per i lender sono rimaste finora contenute. Tradotto: il mercato non è al collasso, ma sta entrando in una fase in cui la selezione del credito conta molto di più.
Il problema non è la solidità di HPS, ma un’immagine che può appannarsi
Per HPS, che dal luglio 2025 è stata acquisita da BlackRock, l’impatto è soprattutto di credibilità operativa e commerciale. BlackRock aveva presentato l’operazione come un tassello chiave per rafforzarsi nel private credit; dopo il closing, il gruppo ha parlato di una piattaforma integrata di private credit da 190 miliardi di dollari di asset clienti. Se uno dei veicoli retail più visibili del perimetro HPS deve contingentare i rimborsi, il rischio immediato per HPS non è tanto patrimoniale quanto di raccolta futura, pressione sulle commissioni e scrutinio più severo da parte di consulenti, wealth manager e clienti high-net-worth.
Per BlackRock il discorso di solidità non si pone proprio
Il gruppo ha chiuso il 2025 con 14.000 miliardi di dollari di AUM e ha definito il 2026 il primo anno pieno della piattaforma unificata con HPS, GIP e Preqin. In questa scala, HLEND pur essendo grande, con circa 26 miliardi di dollari secondo Reuters e FT non appare sufficiente, da solo, a mettere in dubbio la solidità finanziaria del gruppo.
Il rischio vero per BlackRock è diverso: la vicenda colpisce una delle aree su cui ha puntato per la crescita, cioè la distribuzione del private credit anche alla clientela wealth. È quindi soprattutto un test sulla tesi strategica più che un rischio esistenziale sul bilancio consolidato.
Comunque, non va minimizzato il segnale. Quando un fondo semi-liquido in un’asset class illiquida deve attivare il “gate”, cioè il limite previsto dal regolmento, il mercato legge il gesto come un’indicazione che la domanda di uscita sta aumentando più velocemente della capacità del sistema di assorbirla senza danni. Non a caso la notizia ha pesato anche sui titoli di altri grandi operatori del private credit, e si inserisce in una sequenza che include tensioni su fondi di Blackstone e Blue Owl. Questo non prova una crisi sistemica imminente, ma indica che la fase del denaro facile e dei riscatti gestibili quasi automaticamente è finita.
Un tema reputazionale
In sintesi, le implicazioni sono due. Per HPS/HLEND, la criticità è concreta: il prodotto deve dimostrare che il portafoglio regge, che la liquidità disponibile è davvero ampia e che i riscatti resteranno ordinati. Il fondo ha sostenuto di avere oltre 4,4 miliardi di dollari di liquidità a fine febbraio 2026, una leva al basso della forchetta target e nuove sottoscrizioni per 840 milioni nel trimestre, elementi che attenuano il quadro ma non cancellano la fragilità del modello in caso di ulteriore ondata di richieste. Per BlackRock, al momento, il problema è soprattutto reputazionale, di pricing del rischio e di raccolta futura nel private markets business, non di solvibilità del gruppo.
La formula più onesta, quindi, è questa: non siamo davanti a una crisi di solidità paragonabile a quella di una banca, ma a un episodio che mette sotto stress la narrativa del private credit “accessibile” e mostra quanto sia delicato promettere liquidità periodica su attivi che liquidi non sono. Se le richieste di rimborso restassero elevate o se i default nel credito privato continuassero a salire, il danno per HPS potrebbe diventare strutturale sul fronte commerciale; per BlackRock diventerebbe un problema più ampio di fiducia nella sua espansione nei mercati privati.






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