I mercati emergenti secondo GAM: rischi e opportunità per gli investitori durante la crisi nel Golfo

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Quanto durerà questa situazione? Vediamo i due scenari principali

A cura di Ygal Sebban Investment Director, e responsabile del team azionario mercati emergenti di GAM

Dall’inizio della crisi nel Golfo abbiamo assistito a un forte movimento dei prezzi del petrolio. Il WTI era sceso fino a quasi 20 dollari, mentre oggi si trova intorno a 88 dollari. Uno dei movimenti settimanali più ampi dagli anni ’80, un cambiamento davvero significativo rispetto agli episodi precedenti. Il motivo è chiaro: circa il 20% del consumo globale di petrolio è legato a questa regione e il suo ruolo è ancora più importante per l’Asia. Circa il 73% dei flussi di petrolio e gas diretti verso l’Asia orientale passa attraverso questo Stretto, oggi quasi completamente bloccato. 

Quanto durerà questa situazione?

Da questa variabile dipendono due scenari principali. Nello scenario di base, la chiusura sarebbe temporanea e durerebbe meno di tre settimane. In questo caso l’impatto rimarrebbe gestibile. Oltre questa soglia si entrerebbe invece in uno scenario più complesso, dove i rischi aumenterebbero in modo significativo. I fattori da monitorare sono la durata della chiusura, i danni alle infrastrutture petrolifere e agli impianti di desalinizzazione. Le scorte giocano un ruolo centrale: se la chiusura si prolungasse e la capacità di stoccaggio si esaurisse, i produttori sarebbero costretti a fermare la produzione e riavviare gli impianti richiederebbe tempo. Sono già in corso interventi di mitigazione, come il possibile rilascio di riserve petrolifere da parte del G7 o un aumento della produzione in altre aree, ma si tratta soprattutto di misure di contenimento del danno. L’Asia è la regione più esposta: tra il 40% e il 70% dell’approvvigionamento di petrolio per India, Corea e Thailandia passa attraverso questo corridoio energetico. Le scorte di paesi come Cina e Corea del Sud sono relativamente solide, ma il divario energetico rimane un problema per altre economie. Paesi come Taiwan, Indonesia, Filippine e Thailandia potrebbero subire un impatto molto più forte, mentre l’India risulta più vulnerabile rispetto a Cina e Corea del Sud.

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Se lo scenario di base dovesse prevalere, il prezzo del petrolio potrebbe stabilizzarsi circa 20 dollari sopra i livelli precedenti a questo shock. L’impatto sulla crescita globale sarebbe contenuto, anche perché questa crisi arriva in un momento di accelerazione dell’economia mondiale. Alcuni paesi esportatori di materie prime, come Brasile e Colombia, potrebbero persino beneficiarne, mentre economie importatrici come Filippine, Turchia e Thailandia risulterebbero più penalizzate.

Punto chiave è la risposta delle banche centrali

Oggi l’economia globale è meno dipendente dall’energia rispetto al passato, quindi un petrolio intorno agli 80 dollari non cambierebbe radicalmente la politica monetaria. In questo caso alcune banche centrali potrebbero semplicemente rinviare eventuali tagli dei tassi. Tuttavia, se il prezzo del petrolio dovesse superare stabilmente i 100 dollari, i tassi potrebbero tornare a salire, soprattutto in un contesto in cui molte banche centrali cercano di recuperare credibilità dopo il periodo post-Covid. La chiave sarà la durata dello shock: se la crisi verrà risolta rapidamente, i mercati emergenti – e in particolare l’Asia – resteranno in una posizione relativamente forte; in caso contrario, il rischio energetico potrebbe trasformarsi in uno shock macroeconomico più ampio.

Mercati emergenti e demografia

La storia strutturale dei mercati emergenti è legata a lungo termine alla demografia, a una popolazione più giovane rispetto ai mercati sviluppati, a più crescita e a un’inflazione crescente. Una popolazione giovane significa consumi, risparmi, acquisto di asset e minor disinvestimento, il che è positivo sia per la crescita economica che per i mercati finanziari. I mercati azionari emergenti sono cambiati: il peso dei settori tecnologico e dei beni di consumo discrezionali è aumentato molto rispetto a 20 anni fa, mentre hanno perso rilevanza metalli ed energia. Questo giustifica un re-rating dei multipli P/E, perché tecnologia e beni di consumo discrezionali meritano multipli più alti. Oggi il peso della tecnologia nei mercati emergenti è maggiore rispetto a quello dell’MSCI World, e simile a quello degli Stati Uniti. La catena del valore e i fondamentali economici sono migliorati: otto dei primi dieci mercati emergenti hanno rating Investment Grade, erano solo quattro venti anni fa. Questo abbassa il premio per il rischio e giustifica multipli più alti. La differenza di crescita tra mercati emergenti e sviluppati si amplia a favore dei primi, sostenendo performance superiori.

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La Fed e i tassi

Dal punto di vista ciclico, ogni volta che la Fed ha tagliato i tassi, le azioni emergenti hanno sovraperformato quelle dei mercati sviluppati, ad eccezione di due episodi (1987 e 2020). Oggi siamo in una congiuntura più tradizionale, e la sovraperformance dovrebbe continuare, sostenuta anche da tassi elevati in molti paesi e valute sottovalutate, con margini di apprezzamento significativi. Nonostante le tensioni internazionali e la maggiore complessità, questo contesto ciclico dovrebbe continuare a sostenere i mercati emergenti. Negli ultimi anni i mercati emergenti sono stati più economici rispetto ai mercati sviluppati, con multipli medi di circa 13 volte contro 21 per i mercati sviluppati, offrendo opportunità interessanti per chi investe, soprattutto considerando che molti investitori sono sottopesati.

Cina e AI

Le due “ciliegine sulla torta” dei mercati emergenti sono Cina e Intelligenza Artificiale. In Cina, il governo ha coordinato politiche monetarie, fiscali, immobiliari e di mercato azionario per sostenere la crescita e aumentare la quota dei consumi sul PIL. Le famiglie cinesi hanno accumulato l’equivalente di quasi due anni di consumi in depositi bancari e con tassi all’1% hanno due opzioni: consumare o comprare azioni. Il governo favorisce politiche pro-azionisti con dividendi e buyback, con un ritorno totale stimato per gli azionisti tra 8 e 11%. La Cina guida settori come energia solare, robotica, batterie, veicoli elettrici e AI, e sta combattendo la deflazione riducendo la competizione e consentendo solo alle aziende più grandi di accedere ai finanziamenti, favorendo la consolidazione industriale e il ritorno per gli azionisti. L’AI rappresenta un secondo catalizzatore: i grandi provider cloud aumenteranno massicciamente gli investimenti in CapEx fino al 2030, acquistando server e chip prodotti dai mercati emergenti. TSMC, SK Hynix e Samsung dominano il mercato DRAM, con squilibrio tra domanda e offerta e prezzi in forte aumento, un trend che si protrarrà fino almeno al 2027, con impatto anche su PC e dispositivi mobili.

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In sintesi, nello scenario base i mercati emergenti sono in una posizione molto favorevole. Le opportunità principali si concentrano in Asia, Cina, Taiwan, Corea, con alcune differenze politiche ed economiche in America Latina e altri paesi emergenti, ma il quadro generale mostra prospettive interessanti per la crescita e i mercati finanziari. Tra valutazioni interessanti, miglioramento dei fondamentali e forti driver strutturali – dalla trasformazione tecnologica della Cina al boom dell’intelligenza artificiale – i mercati emergenti restano una delle storie di investimento più convincenti nel panorama globale.

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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