La terza guerra mondiale è in arrivo? Dai milioni di morti alla crisi della civiltà stessa. Non si parlerebbe solo di economia allo sfascio

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Una terza guerra mondiale non avrebbe un solo volto. Potrebbe restare convenzionale ma globale, oppure degenerare in guerra nucleare. La differenza è decisiva: nel primo caso lo shock principale per i mercati sarebbe economico-finanziario; nel secondo si entrerebbe in una crisi di civiltà, con effetti umani e materiali incalcolabili. Per questo qualsiasi numero sui “morti nei primi giorni” va trattato con estrema cautela: senza sapere quali Paesi combattono, con quali armi e con quale intensità, non esiste una stima seria unica.

“Stiamo camminando come sonnambuli verso la Terza guerra mondiale. O comunque verso un conflitto che ha già una dimensione globale? “Gli Stati Uniti stanno cercando di trascinarci dentro gli europei, che devono rendersene conto e decidere se vogliono partecipare oppure no”. Così commenta Fiona Hill, che durante la prima presidenza Trump era la direttrice per l’Europa e la Russia nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, nell’intervistata pubblicata da Paolo Mastrolilli su Repubblica il 14 marzo.

Che cosa rischierebbero i mercati mondiali

La reazione iniziale dei mercati sarebbe probabilmente una combinazione di fuga verso liquidità e beni rifugio, crollo degli asset rischiosi, impennata dei premi assicurativi e strozzature commerciali. In queste settimane di guerra in Medio Oriente, il Financial Times ha già documentato dinamiche che aiutano a capire il meccanismo: corsa al contante, forte volatilità azionaria, shock petrolifero, rincaro del trasporto marittimo e disordine nelle rotte commerciali. In uno scenario davvero globale, questi effetti sarebbero ancor più violenti.

Il primo canale di contagio sarebbe l’energia. Lo Stretto di Hormuz movimenta una quota enorme del petrolio mondiale, e l’IEA ricorda che è uno snodo cruciale anche per il gas e il GNL. Il Financial Times ha riportato che una chiusura di Hormuz ha già prodotto la più grande interruzione storica dell’offerta petrolifera e un’impennata dei prezzi fisici del greggio oltre i 150 dollari in alcune fasce di qualità. In una guerra mondiale, energia più cara significherebbe inflazione, recessione, banche centrali bloccate e caduta degli utili aziendali.

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Il secondo canale sarebbe la finanza. Le banche e i fondi si troverebbero a rivalutare il rischio sovrano, il rischio di controparte e il rischio di liquidità contemporaneamente. Le vendite colpirebbero soprattutto equity, high yield, private credit, valute dei Paesi importatori di energia e debito dei Paesi più fragili. Anche se dollaro e oro tendessero a rafforzarsi nella prima fase, i mercati emergenti subirebbero forti deflussi. Questa dinamica è coerente con quanto già osservato nei recenti episodi di escalation, in cui gli investitori hanno aumentato la quota di cash al ritmo più rapido ad esempio durante la pandemia.

Il terzo canale sarebbe la logistica globale. Anche in questo caso il Financial Times descrive il trasporto marittimo nel Golfo come un “wild west”, con booking sospesi, rotte deviate, tariffe quadruplicate su alcune tratte e costi assicurativi in forte aumento. In una guerra mondiale, i colli di bottiglia si allargherebbero a container, chip, fertilizzanti, farmaci, metalli e componenti industriali, con un effetto immediato sull’industria manifatturiera globale.

Le conseguenze per l’Italia

Per l’Italia il danno arriverebbe subito da tre fronti: energia, commercio estero e finanza pubblica.

La Banca d’Italia sottolinea regolarmente quanto la crescita italiana resti sensibile alla domanda estera e all’incertezza globale; nello stesso tempo l’IEA International Energy Agency ricorda che l’Italia resta fortemente dipendente dalle importazioni di gas. Anche se l’Europa riceve da Hormuz solo una quota limitata del proprio GNL rispetto all’Asia, uno shock energetico globale si trasmetterebbe comunque ai prezzi europei.

Per un Paese manifatturiero ed esportatore come l’Italia, una guerra mondiale significherebbe meno ordini esteri, trasporti più costosi, materie prime più care e margini compressi. La Banca d’Italia avverte già che tensioni geopolitiche e irrigidimento del commercio possono peggiorare l’outlook degli scambi; in uno scenario estremo si avrebbe una frenata brusca di industria, moda, meccanica, automotive, agroalimentare e turismo.

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Ci sarebbe poi il nodo del debito pubblico. In una fase di panico, l’Italia verrebbe osservata con attenzione per via dell’alto debito e della necessità di rifinanziarlo costantemente. Se i rendimenti salissero insieme ai costi energetici, il Paese si troverebbe stretto tra crescita debole, inflazione e finanza pubblica più onerosa: il classico scenario di stagflazione, ma aggravato da una crisi geopolitica. Questo impatterebbe famiglie, mutui, imprese energivore e conti pubblici.

Quanti morti nei primi giorni?

Qui serve la massima chiarezza: non è possibile fornire un numero credibile per l’Italia o per il mondo senza specificare il tipo di guerra. In una guerra mondiale convenzionale, i morti dei primi giorni potrebbero variare enormemente a seconda dei teatri di combattimento e degli attacchi a infrastrutture civili. In una guerra nucleare, invece, le perdite potrebbero essere immediate e gigantesche.

L’unico ordine di grandezza ampiamente citato da fonti accademiche solide è quello della simulazione Plan A del Program on Science and Global Security di Princeton: in un’escalation nucleare tra Stati Uniti e Russia, il modello stima oltre 90 milioni di morti e feriti nelle prime ore, e precisa che la cifra non include pienamente gli effetti successivi di incendi, collasso sanitario, carestie, inquinamento radioattivo. È una simulazione, non una previsione, ma dà l’idea del livello di devastazione.

Per l’Italia non esiste una stima ufficiale univoca e affidabile “dei primi giorni”. Si può solo dire che, in uno scenario nucleare NATO-Russia, il rischio italiano sarebbe più alto della media europea perché il Paese ospita infrastrutture militari strategiche e, secondo la Federation of American Scientists e il Bulletin of the Atomic Scientists, bombe nucleari statunitensi ad Aviano e Ghedi. Se l’Italia fosse colpita direttamente con armi nucleari o con attacchi convenzionali su basi, porti, nodi logistici e città, le vittime potrebbero andare da centinaia di migliaia a milioni; ma sarebbe intellettualmente scorretto spacciarlo per un numero preciso.

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Cosa potrebbe fare la diplomazia mondiale, una volta iniziata la guerra

Anche dopo l’inizio di una guerra ad ampio raggio, la diplomazia non diventerebbe inutile. Al contrario, diventerebbe l’unica barriera tra conflitto regionale e catastrofe sistemica. Il primo strumento sarebbe il ripristino di canali diretti di comunicazione tra le capitali e gli stati maggiori, per evitare errori di calcolo e fraintendimenti, soprattutto se entrano in gioco forze nucleari. Il SIPRI Stockholm International Peace Research Institute avverte che il controllo degli armamenti è in crisi e che l’era delle riduzioni nucleari si è sostanzialmente fermata: proprio per questo servirebbero linee di comunicazione dirette e contatti permanenti.

Il secondo passo sarebbe lavorare su cessate il fuoco parziali e deconfliction, anche senza una pace immediata: tregue su corridoi marittimi, infrastrutture energetiche, centrali elettriche, porti, ospedali, cyberattacchi e spazio aereo. È spesso più realistico congelare alcuni fronti che chiudere subito l’intera guerra.

Il terzo livello sarebbe la mediazione di attori che conservano rapporti con tutte le parti: Nazioni Unite, Turchia, Svizzera, Paesi del Golfo, India, Brasile, Vaticano, a seconda del conflitto. In parallelo, le grandi potenze dovrebbero concordare almeno un principio minimo: nessun attacco a infrastrutture nucleari e nessun primo uso nucleare, o quantomeno impegni di massima restraint. Anche quando la fiducia politica è minima, i canali tecnici e umanitari possono ancora funzionare.

La conclusione più realistica

La risposta più seria è questa: per i mercati, una terza guerra mondiale significherebbe quasi certamente recessione globale, shock energetico, panico finanziario e rottura delle filiere. Per l’Italia significherebbe energia più cara, export in frenata, spread sotto pressione e vulnerabilità strategica elevata. Sui morti, chi offre numeri netti senza specificare lo scenario sta semplificando troppo: l’unica cosa seria che si può dire è che, se il conflitto diventasse nucleare, le vittime globali nei primissimi momenti potrebbero essere già nell’ordine delle decine di milioni, con effetti successivi ancora peggiori.

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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