Hormuz e le bizze di Donald Trump: il commento di ISPI sulla nuova tregua

| USA-IRAN: APOCALISSE RINVIATA? La tregua di due settimane allontana il peggio, ma non risolve nulla: offre a Trump una via d’uscita, lascia il regime di Teheran politicamente vivo e l’economia globale ostaggio di Hormuz. Dieci ore Tanto è bastato per passare dalle minacce incendiarie di “distruggere un’intera civiltà in una notte”, all’annuncio di un accordo che dovrebbe allontanare – almeno per un po’ – l’ombra dell’apocalisse. Anche in un’era geopolitica scandita dalle bizze di Donald Trump è una tempistica eccezionale. Ieri, la giornata si era consumata in un crescendo di intimidazioni gravissime che il presidente americano aveva affidato, come suo solito, al social Truth, sostenendo che avrebbe bombardato le infrastrutture civili del paese se Teheran non avesse riaperto lo stretto di Hormuz e accettato le condizioni degli Stati Uniti per un cessate il fuoco. Nei giorni scorsi aveva detto che avrebbe riportato l’Iran “all’età della pietra” e formulato avvertimenti che in molti casi configurano potenziali crimini di guerra. Poi, a 90 minuti dallo scadere dell’ultimatum, la svolta: Washington e Teheran hanno accettato una tregua temporanea di due settimane, ottenuta grazie alla mediazione del Pakistan e che prevede, tra le altre cose, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la sospensione degli attacchi statunitensi e israeliani. Così, mentre il mondo tira un sospiro di sollievo, ed entrambe le parti rivendicano la vittoria, la tregua sospende il conflitto alimentando sui mercati la convinzione che il peggio sia ormai alle spalle. Più che di pace vera e propria, però, si tratta di una pausa armata, appesa a un equilibrio fragilissimo e instabile: Israele ha affermato che il Libano non fa parte dell’accordo e procede con la sua offensiva nel Paese, mentre le nazioni del Golfo continuano a subire attacchi. Intanto, le recenti dichiarazioni shock del presidente americano, osserva oggi la Bbc “potrebbero aver definitivamente mutato il modo in cui il resto del mondo percepisce gli Stati Uniti”. |
| Trump ottiene una via d’uscita? Al presidente americano l’accordo offre principalmente una via d’uscita. Se l’Iran non lo avesse accettato, Trump sarebbe stato costretto a scegliere tra lasciar scadere l’ultimatum senza intervenire (perdendo la faccia) o dare il via a un’escalation senza una strategia alle spalle. Ma anche se sta cercando di presentare al mondo il raggiungimento di una tregua come “una grande vittoria” americana, la sua retorica non regge. Al contrario il fallimento della sua strategia in questa guerra è evidente sotto vari punti di vista: la convinzione che le minacce di apocalisse avrebbero costretto i vertici superstiti del regime iraniano alla capitolazione si è rivelata infondata; come pure quella secondo cui, una volta iniziata la guerra, la popolazione iraniana si sarebbe rivoltata, rovesciando la Repubblica Islamica. Il regime, ferito ma non distrutto, ha aumentato la repressione scoraggiando qualsiasi protesta, minacciando al contempo di scatenare la propria apocalisse nella regione. Chiaramente, le migliaia di bombardamenti non sono riusciti a eliminare la capacità di rappresaglia di Teheran mentre il regime – che prima della guerra appariva isolato e debole come mai prima d’ora – sembra improvvisamente rinvigorito e, attraverso Hormuz, potrebbe aver trovato una nuova fonte di finanziamento. A sfumare, invece, è la convinzione che la protezione Usa – pagata lautamente dalle monarchie arabe negli ultimi decenni – possa costituire un’assoluta garanzia di sicurezza. |




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