Da sfavorito a campione. Il Brent potrebbe essere la rivelazione tra i benchmark petroliferi

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Nelle ultime settimane, quando il greggio ha toccato nuovi valori minimi, molti investitori si sono posizionati al rialzo, ma qual è il benchmark petrolifero che appare più allettante in questa fase? Il WTI ha suscitato maggiore interesse da parte della comunità finanziaria ma crediamo che il Brent, benchmark un po’ trascurato, possa dare risultati migliori del WTI. Questi due benchmark relativi a petroli “dolci” e leggeri sono molto simili ma, dal punto di vista finanziario, preferiamo il Brent per le ragioni seguenti:

  • nel mese scorso il Brent è parso più solido del WTI nei confronti della volatilità del mercato;
  • il contango del Brent, ossia la situazione in cui il prezzo dei futures su una commodity è superiore al prezzo spot, è attualmente più basso rispetto al WTI, indice del fatto che il roll yield è meno aggressivo nel Brent che nel WTI;
  • considerando i recuperi precedenti delle quotazioni del petrolio, osserviamo che in generale il Brent sovraperforma il WTI;
  • nella crisi attuale del petrolio, pur considerando che l’accordo dell’OPEC+ per ridurre la produzione è insufficiente per riequilibrare i mercati petroliferi nel breve termine, il taglio coordinato da parte dei grandi player internazionali può essere indice di una ripresa più sostenibile per il Brent che non per il WTI.
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Ci troviamo in un periodo caratterizzato da un livello di volatilità del petrolio senza precedenti. Finora il Brent ha affrontato più brillantemente tale problema. Il Brent, scambiato sull’Intercontinental Exchange (ICE), è meno esposto al rischio di subire l’impatto dei prezzi negativi. A scanso di equivoci, l’ICE non ha escluso la possibilità che i prezzi possano scendere sotto lo zero, ma trattandosi di un contratto regolato in contanti, è più difficile individuare il motivo per una simile eventualità; il regolamento in contanti implica che, alla scadenza del contratto, ai titolari di futures venga accreditata o addebitata la differenza tra il prezzo iniziale e il regolamento finale. Poiché non esiste il rischio della corsa allo stoccaggio o la possibilità che un acquirente abbia accesso allo spazio di stoccaggio disponibile, viene a mancare la causa all’origine dei prezzi negativi.

Infatti, il 30 aprile, data di scadenza del contratto Brent di giugno, il contratto attivo è diventato quello di luglio e questa transizione è avvenuta senza problemi. Il 30, verso la chiusura del mercato, il prezzo di luglio si è avvicinato al prezzo di chiusura del contratto di giugno (25,39 USD/barile) e poi è rimbalzato nel giorno di contrattazione successivo.

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Oggi partiamo da una situazione in cui il contango del Brent è inferiore rispetto al WTI, un aspetto potenzialmente in grado di avvantaggiare i nuovi investitori nel Brent rispetto ai nuovi investitori nel WTI.

In base alla nostra analisi di quattro periodi in cui i prezzi del petrolio sono crollati e poi risaliti, abbiamo notato che nelle fasi di rialzo il Brent sovraperforma in generale il WTI.

Se è vero che ogni crollo e la successiva ripresa dei prezzi del petrolio hanno le loro cause e i loro sviluppi, c’è un fattore che li accomuna nella fase di ripresa, ossia gli sforzi profusi dai membri dell’OPEC che hanno cercato di riequilibrare i mercati. In genere questi membri usano il Brent come parametro di riferimento e, pertanto, spesso il Brent reagisce più del WTI agli interventi dell’OPEC.

Pur ritenendo che l’accordo dell’OPEC+ sia insufficiente per restaurare l’equilibrio dei mercati nel breve termine, crediamo che la durata dell’accordo offra speranze in tal senso nel lungo periodo. È incoraggiante che l’Arabia Saudita e la Russia abbiano cominciato a ridurre la produzione prima della data ufficiale di partenza (maggio 2020); si temeva infatti, tra l’altro, che questi tagli avessero inizio molto tardi. Supponendo che l’accordo venga rigorosamente rispettato, potremmo assistere ancora una volta a una sovraperformance del Brent rispetto al WTI.

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