Bce, il troppo stroppia. Il rischio di rialzi eccessivi

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Negli ultimi giorni sono stati pubblicati alcuni dati economici che fanno pensare che l’inflazione nella zona euro stia diminuendo, mentre stanno crescendo i rischi di una battuta d’arresto per l’economia. La stima preliminare per l’inflazione dell’eurozona a maggio indica il 6,1%, un brusco calo rispetto al 7% di aprile. Si tratta del settimo mese consecutivo di discesa dopo il picco dello scorso ottobre. L’inflazione «core», depurata da energia e alimentari, è scesa al 5,3% rispetto al 5,6% di aprile. Per ragioni legate al suo calcolo, l’inflazione «core» tende a muoversi con un certo ritardo, per cui è probabile che anche nei prossimi mesi scenda meno rapidamente.

La riduzione dei prezzi dell’energia è stata il principale motore del calo che ha riguardato tutti i settori economici, compresi gli alimentari. Occorre anche considerare che una parte notevole dell’inflazione degli ultimi anni è stata causata dalle politiche fiscali espansive varate per contrastare
la pandemia. A partire da quest’anno ci sarà una normalizzazione delle politiche fiscali nella zona euro, che saranno neutrali, e dall’anno prossimo un’inversione di tendenza, con un consolidamento delle finanze pubbliche e una discesa del deficit medio sotto il 3% per la prima volta dal 2019,
anche perché verrà riattivato il Patto di stabilità. Ci potrebbe essere quindi un ulteriore fattore che contribuirà a sgonfiare l’inflazione.

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Parallelamente, la revisione al ribasso del PIL dell’area euro ha portato a un dato leggermente negativo per l’ultimo trimestre dello scorso anno e il primo di quest’anno. Siamo quindi entrati in recessione, seppur in modo molto leggero (prodotto interno loro di -0,1% in entrambi i trimestri). A ben vedere, però, la recessione riguarda soprattutto la Germania, nonostante un aumento del deficit pubblico, che sembra soffrire di più in questa fase. Il Sud Europa si sta invece difendendo meglio, soprattutto l’Italia, che da diversi trimestri sorprende in positivo. Probabilmente per capire questo andamento discordante bisogna partire dal decennio passato, caratterizzato per il nord Europa da costi di finanziamento estremamente contenuti. Questi hanno portato a forti investimenti, anche in immobili, che ora risentono in misura maggiore dei rialzi dei tassi d’interesse.

Non è stato invece così per i Paesi del Sud Europa, in particolare per l’Italia, che per via dello spread elevato del debito pubblico ne hanno beneficiato in minima parte e anzi hanno vissuto politiche monetarie restrittive, perché i tassi di finanziamento degli Stati erano molto superiori all’inflazione dell’epoca. Quando la Banca centrale europea (BCE) si riunirà giovedì probabilmente sentirà una pressione minore rispetto all’ultimo anno per quanto riguarda l’inflazione.

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Del resto, la politica monetaria sembra già piuttosto restrittiva, considerando la diminuzione della domanda di prestiti bancari. Tuttavia, la visione della banca centrale sembra essere rimasta ferma e le aspettative di mercato sono di un rialzo di 25 punti base, probabilmente seguito da un altro
di medesimo ammontare a luglio. Le indicazioni fornite da vari membri della BCE nelle ultime settimane suggeriscono però come ci siano visioni eterogenee e non è chiaro quale sarà il picco dei tassi d’interesse. Il rischio di rialzi eccessivi, o di tassi mantenuti a un livello elevato troppo a lungo, continua ad aleggiare sull’area euro.

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