Gli investimenti alternativi nei portafogli degli investitori di welfare

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Sono stati pubblicati i risultati della terza edizione dell’Osservatorio sugli investimenti alternativi nei portafogli di casse di previdenza, fondi pensione e fondi sanitari elaborato dal Mefop. Lo studio evidenzia le dinamiche in atto e i cambiamenti nell’attitudine degli investitori del welfare verso le classi di attivo non tradizionali e, inoltre, dà conto dell’evoluzione degli investimenti alternativi nei portafogli.

Quali sono le principali evidenze? L’osservatorio dà conto di una crescita significativa degli enti che hanno dichiarato di detenere alternativi: essi sono passati dal 50% nel 2020 al 59,4% dell’edizione 2022 (+19%). Tale aumento si deve essenzialmente a quanto sta avvenendo nei fondi pensione, tra i quali la percentuale che ha dichiarato di investire in alternativi è passata dal 46,6% del 2020 al 58,3% del 2022 (+25%).

Per le casse di previdenza l’allocazione in asset alternativi rappresenta una prassi consolidata: tutti i 17 gli enti partecipanti prevedono il ricorso a investimenti non tradizionali. L’interesse da parte dei fondi sanitari si mantiene contenuto. Da parte dei fondi pensione, di gran lunga, la principale ragione addotta a giustificazione dell’investimento in alternativi è rappresentata dalla necessità di aumentare la diversificazione del portafoglio (83,3%), presumibilmente una situazione che risente del contesto macroeconomico preesistente all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e della quota molto consistente di investimenti a reddito fisso in portafoglio, specialmente governativi. Si tratta di una evidenza rafforzata da un ulteriore 33,3% di rispondenti che hanno individuato esplicitamente nella prolungata fase di bassi tassi di interesse la ragione dell’investimento in alternativi.

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Un’altra motivazione significativa è rappresentata dalla maggiore redditività attesa degli investimenti alternativi rispetto a quelli tradizionali in ragione della loro illiquidità (45,2%) e della
coerenza di tali investimenti con l’orizzonte della politica d’investimento (31,0%). Si conferma e si rafforza rispetto al 2021 l’indicazione che le principali ragioni del mancato investimento negli
asset non tradizionali siano rappresentate dalla ridotta dimensione patrimoniale (31,7%) e dalla mancanza di strutture di controllo adeguate alle complessità di tali strumenti(29,3%). Al contempo perde di rilievo il tema della sufficiente diversificazione già offerta dalle asset class tradizionali (20% per i fondi pensione rispetto al 32,3% del 2020; 18,2% per i fondi sanitari rispetto al 33,3% nel 2020). I profili di illiquidità che caratterizzano gli investimenti alternativi continuano a rimanere un importante elemento ostativo rispetto a tali classi di attivo (26,8%).

Richiesti poi di esprimere un giudizio sulla possibilità di investire in alternativi in futuro, tra i fondi pensione si registra una consistente apertura alla valutazione di opportunità future (70%). Lo studio rileva come l’interesse nei confronti delle iniziative consortili sia condiviso da tutte le forme pensionistiche e non solo dai fondi pensione negoziali, gli unici che ad oggi hanno sperimentato tali collaborazioni: la percentuale di enti che valuta con favore l’investimento in consorzio con altri soggetti (come modalità esclusiva o in aggiunta a iniziative autonome) è pari a 13,3% per i fondi aperti e a 16,7% per i fondi preesistenti.

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