Lo slancio del momento

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Le banche centrali dovrebbero tagliare i tassi di interesse? Una domanda che ha implicazioni di vasta portata per gli investitori di tutto il mondo. Negli Stati Uniti se ne discute con toni particolarmente accesi: di recente, infatti, Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (Fed), ha stroncato le speranze di un taglio dei tassi nel breve termine, affermando che prima “vogliamo vedere più dati positivi”.

Ha ragione Powell a esser così prudente? Secondo i suoi sostenitori, aggiungere stimoli adesso potrebbe causare problemi in futuro. Perché? Nonostante i timori di recessione, nel 2023 la produzione economica statunitense è cresciuta del 2,5%, e il momentum positivo sembra continuare ancora. La disoccupazione è prossima ai minimi degli ultimi 50 anni e l’indice dei prezzi PCE core (che misura la spesa per i consumi personali depurata dai beni energetici e alimentari), riferimento principale della Fed per monitorare l’andamento dell’inflazione, si mantiene al di sopra dell’obiettivo del 2%. Data la solidità del contesto economico, perché tagliare i tassi e rischiare una ripresa dell’inflazione?

È una visione sensata che merita attenzione, come anche le possibili obiezioni.

La maggioranza degli economisti si aspetta che la crescita statunitense deceleri in parallelo all’attenuarsi delle distorsioni dell’era Covid. Il rallentamento è già visibile in alcune aree, per esempio nel surplus di risparmi delle famiglie, diminuito del 65% circa rispetto al 2022. I risparmi straordinari non torneranno, e gran parte di ciò che ne rimane si concentra nelle mani delle famiglie a più alto reddito e con minor propensione alla spesa.

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Nel frattempo, per quanto la disoccupazione resti bassa, è in corso un riequilibrio del mercato del lavoro, come si rileva dalle posizioni aperte, che danno una visione chiara dello stato della domanda occupazionale. Dal 2022 l’offerta di lavoro è diminuita di un terzo e si prevede che nella seconda metà del 2024 tornerà ai livelli pre-Covid.

Secondo la teoria economica, quando la riduzione della domanda si scontra con un’offerta costante, i prezzi tendono a scendere: questo è il motivo per cui oggi in gran parte del mondo i prezzi si muovono in un contesto disinflazionistico.

Per intenderci: dal 2022, negli Stati Uniti l’aumento dei salari ha subito un rallentamento, passando dal 5,9% al 4,5%, mentre l’inflazione misurata dal PCE core è scesa dal 5,4% al 2,9%. È importante notare che il PCE core è salito solo dell’1,9% su base semestrale annualizzata, e su base trimestrale solo dell’1,5%. (Cfr. grafico della settimana.)

In che direzione vanno i prezzi? Negli Stati Uniti i salari scendono di pari passo con le offerte di lavoro, secondo una tendenza che sembra destinata a continuare. Nel frattempo, i costi legati alle abitazioni, e in particolare gli affitti di mercato, sono tra il debole e lo stazionario, situazione che nel corso del tempo “si manifesterà nell’inflazione”, secondo il presidente della Fed.

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Disinflazione significa che la politica della Fed si inasprirà in modo automatico, senza che la banca centrale faccia nulla. La domanda che gli investitori si pongono è se, con l’attenuarsi delle scosse di assestamento post-pandemia, la nuova economia saprà reggere lo slancio del momento.

La settimana prossima

Nei prossimi giorni abbonderanno le pubblicazioni di dati, tranne che in Cina, dove i mercati sono chiusi per il capodanno cinese.

Riguardo all’Asia, l’attenzione sarà tutta sul Giappone, che martedì renderà noto l’indice dei prezzi alla produzione di gennaio. Dopo lo 0,0% annuo di dicembre, gli investitori cercheranno possibili segnali di vita. Giovedì, inoltre, il Giappone divulgherà il dato preliminare del PIL del quarto trimestre del 2023. Dopo la scoraggiante contrazione del 2,9% nel terzo trimestre del 2023, le stime di consenso indicano un forte rimbalzo dell’1,2%.

Dall’altra parte del mondo, ad attirare l’attenzione sarà il contesto della crescita europea. Per l’Eurozona, la pubblicazione dei dati preliminari del Prodotto Interno Lordo (PIL) del quarto trimestre del 2023 è prevista per mercoledì, mentre il Regno Unito li pubblicherà giovedì. Entrambe le aree hanno registrato risultati deboli nel terzo trimestre del 2003, con l’Eurozona stabile e il Regno Unito in calo dello 0,1%. Altri importanti aggiornamenti saranno l’indagine ZEW sulla fiducia delle imprese in febbraio in Germania (martedì), i dati sulla produzione industriale (mercoledì) e sulla bilancia commerciale (giovedì) dell’Eurozona.

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Anche gli investitori statunitensi saranno inondati di dati: sull’inflazione si attendono i dati dell’indice dei prezzi al consumo (Consumer Price Index, CPI) e l’indice dei prezzi alla produzione (Producer Price Index, PPI) di gennaio, rispettivamente martedì e venerdì, e venerdì arriveranno anche i dati sulle aspettative sull’inflazione al consumo di febbraio, dall’Università del Michigan. Anche la giornata di giovedì sarà importante, con i dati sulle vendite al dettaglio, la produzione industriale e la fiducia dei costruttori statunitensi.

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