GAM: L’età del debito

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Dalla prospettiva dei mercati finanziari, tra le molte faglie che rischiano di frammentare il mondo c’è quella del debito.

A oltre quindici anni dalla Grande Crisi Finanziaria, causata dall’insostenibile gravame del debito, le lezioni di allora sembrano dimenticate. Secondo i dati dell’Institute of International Finance, il mondo è seduto su una montagna di debito globale alta 315.000 miliardi di dollari, un’ondata di debito che “è stata la più grande, la più rapida e la più ampia dai tempi della Seconda guerra mondiale”, circa due terzi di questo enorme debito appartengono a Giappone e Stati Uniti.

Il debito degli Stati Uniti è destinato a crescere, il Budget Office del Congresso ha aggiornato le stime dell’evoluzione del debito federale, previsto non più al 116% ma al 132% del Pil nel 2034.

Il debito affligge anche la Cina, alle prese con la perdurante crisi immobiliare, freno alla crescita e volano di debito ulteriore. Per sostenere gli acquisti si sta parlando di nuovi prestiti bancari per circa 70 miliardi di dollari, una cifra inferiore alle reali necessità che secondo alcuni analisti si aggirano sulle centinaia di miliardi di dollari (per smaltire l’arretrato di milioni di case vuote o incompiute in tutto il Paese e terminare la costruzione delle case pre-vendute). Ma le autorità locali, alle prese con una enorme quantità di debito “nascosto” (la stima è di circa15.000 miliardi di dollari) non sanno come e dove trovare i fondi.

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A tutte le latitudini il debito costituisce uno strutturale freno alla crescita.

Anche senza ricorrere al controverso lavoro di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff (“Growth in a Time of Debt”, 2010), uno dei riconosciuti effetti negativi di lungo periodo causati da alti livelli di debito pubblico consiste nei meccanismi di crowding-out: l’aumento dei disavanzi fiscali porta a un aumento dei tassi d’interesse e alla possibile esclusione degli investimenti nel settore privato. Un altro effetto negativo che alti livelli di debito pubblico possono avere sulla crescita è l’aumento dell’incertezza e dell’inflazione.

Siamo sull’orlo di una crisi del debito? Possibile ma non probabile, il sistema economico si è adattato, la crescita è alimentata dal debito. Semmai merita attenzione il fatto che nell’“età del debito” il credito sia intermediato anche da società non bancarie, soprattutto negli Stati Uniti. Dopo la Grande Crisi Finanziaria le banche sono diventate pesantemente regolamentate, si sono così creati canali di distribuzione del debito al di fuori del tradizionale circuito bancario: migliaia di piccole aziende fintech si sono specializzate nell’erogazione di prestiti, anche digitali, e fanno quello che le banche non possono fare.

L’OECD stima il volume totale del debito obbligazionario sovrano e societario, a fine 2023, attorno a  100.000 miliardi di dollari, grossomodo pari al PIL globale. Certo, la quantità delle emissioni è stata favorita dal contesto di mercato che ha reso l’indebitamento conveniente e facile, ne hanno approfittato anche paesi e società deboli nel merito di credito.

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I rendimenti dei Treasury sono saliti, il titolo a dieci anni è attorno al 4,65%, l’incertezza è destinata a rimanere fino a quando si avrà maggiore visibilità sulla forza dell’economia e sulle dinamiche dei tassi di interesse; le aspettative dei tagli si sono molto ridimensionate.

D’altro canto, il ritorno del rendimento ha restituito alle obbligazioni la loro tradizionale popolarità presso il grande pubblico dei risparmiatori, soprattutto quelli che detestano il su e giù degli indici azionari. In realtà ci sono alti e bassi, volatilità ed escursioni di prezzo, anche nelle obbligazioni ma, perlomeno nella fattispecie dell’investimento diretto, sono meno avvertite (altro è la sottoscrizione di uno strumento collettivo).

L’inflazione scende lentamente e la crescita economica mostra un rallentamento graduale, al momento è ragionevole pensare che i rendimenti resteranno a questi livelli. In assenza di sorprese la discesa dei tassi resta una questione di “quando”, non di “se” e quando accadrà la crescita dei corsi si aggiungerà al rendimento. Restano interessanti le obbligazioni governative e societarie di buona qualità, molto meno le obbligazioni ad elevato rendimento, il restringimento degli spread non remunera adeguatamente il rischio.

Un’altra faglia di questo tempo è la consapevolezza della serietà del riscaldamento del pianeta, soprattutto presso le generazioni più giovani. La transizione verso la neutralità carbonica sta avendo impatti profondi anche nell’economia e nei mercati dei capitali e i rischi, come sempre, vanno di pari passo con le opportunità.

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Il sistema bancario e i mercati dei capitali sono da tempo impegnati nelle emissioni verdi, obbligazioni finalizzate a finanziare progetti relativi alla transizione energetica. Il ritmo delle emissioni sostenibili globali nel 2024 dovrebbe essere in linea con il 2022 e il 2023, si tratta di una fonte di finanziamento fondamentale per l’avanzamento verso modelli di crescita a basse emissioni di carbonio.

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