I mercati emergenti alla prova del superdollaro

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Negli ultimi cinque anni, le performance dei mercati emergenti sono state piuttosto deludenti, circa il 4% annuo contro quasi il 12% delle azioni globali e il 15% delle azioni americane. L’indice dei mercati emergenti è stato appesantito principalmente dalle performance della Cina, frenata dal settore immobiliare e dalla crescente pervasività della mano pubblica nelle aziende.

I driver secolari a favore dei paesi emergenti sono noti: la popolazione più giovane rispetto al nord del mondo libera un “dividendo demografico” che favorisce la crescita della produttività e della ricchezza; entro il 2050 quasi il 28% della popolazione dei Paesi industrializzati avrà più di 65 anni, contro solo il 15% dei paesi emergenti. Proseguiranno i fenomeni dell’urbanizzazione, dell’ampliamento della classe media, della partecipazione femminile al lavoro, tutti fattori che sostengono i consumi e la crescita.

La qualità del credito delle economie emergenti è migliorata: tra i dieci più grandi paesi emergenti otto sono “investment grade”, “vent’anni fa o giù di lì” erano solo quattro; i livelli del debito rispetto al PIL sono meno della metà rispetto a quelli dei paesi industrializzati.

Guardando invece alle valutazioni, i prezzi scontano il rallentamento della Cina e l’incombere delle barriere doganali promesse da Trump. Lo sconto rispetto alle valutazioni azionarie dei paesi industrializzati ha superato il 40%, il rapporto prezzo/utile a dodici mesi è pari a 12,6x per l’indice MSCI dei mercati emergenti, quello dello S&P 500 è a 21,2x. Poi ci sono gli alti tassi d’interesse reali (ad esempio il Brasile attorno a 7,6%, il Sudafrica al 6,2%, il Messico al 5,2%) che dovrebbero sostenere le valute emergenti e, per proprietà transitiva, i rendimenti azionari.

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Un ulteriore circostanza di cui tenere conto è la trasformazione strutturale in corso già da qualche anno: nella contribuzione al Pil e negli indici aumenta il peso dei settori tecnologico e dei consumi discrezionali. Ne fanno le spese i settori più tradizionali come quelli dell’energia e delle materie prime. Nell’indice MSCI Emerging Market, tecnologia e consumi pesano oggi circa il 37%, vent’anni fa pesavano il 24%, nello stesso arco di tempo si è dimezzata la rilevanza di energia e materie prime, passate dal 22% all’11%.

I grandi cambiamenti strutturali forniscono ai paesi emergenti occasione per adattarsi e migliorare le proprie prestazioni, India, Messico, Brasile, Tailandia sono ben posizionati per approfittare del deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, dei fenomeni dell’offshoring e del nearshoring che rimodellano le catene della fornitura.

I venti di guerra commerciale hanno condizionato le scelte degli investitori che ai mercati emergenti hanno preferito la liquidità e gli asset delle economie industrializzate.

Il 2024 è stato un anno di ritorno dei flussi verso i paesi emergenti, sostenuti dalla prospettiva che molti di questi Paesi erano pronti a tagliare i tassi, una mossa che avrebbe sostenuto i prezzi delle obbligazioni. Il successo di Trump ha cambiato tutto, il timore è che le promesse politiche inflazionistiche terranno alto il valore del dollaro e del rendimento dei Treasury (in pochi giorni il rendimento del titolo decennale è salito a 4,4%). I dazi schiaccerebbero al ribasso le valute locali.

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Molti dei rischi legati al super-dollaro e all’introduzione di nuove barriere doganali sono già nei prezzi, l’impatto di queste ultime potrà essere compensato anche da possibili, ulteriori stimoli da parte del governo cinese.

C’è un’ultima ragione che suggerisce di guardare con attenzione anche ai mercati emergenti, una ragione che precede le considerazioni di carattere finanziario e che troviamo nel manuale di finanza comportamentale: storicamente, le migliori occasioni di acquisto si sono presentate nei momenti in cui prevalevano la diffidenza e la paura.

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