Addio alla tripla A per gli Stati Uniti: è davvero un problema?

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La scorsa settimana ad attirare l’attenzione è stato il nuovo bilancio federale statunitense, cha ha visto i repubblicani alla ricerca di un accordo che potesse essere approvato al Congresso senza il supporto dei democratici. Il dibattito si è svolto in concomitanza dell’avvertimento lanciato dall’agenzia di rating Moody’s, che ha declassato il rating degli Stati Uniti da AAA a Aa1. Ciò significa che ora nessuna delle principali agenzie di rating attribuisce agli Stati Uniti la massima valutazione creditizia. S&P aveva già declassato gli Stati Uniti nel 2011, citando tra le motivazioni le preoccupazioni relative al deficit. Da allora non è cambiato molto: attualmente il deficit di bilancio degli Stati Uniti è pari al 6,8%, un livello che di solito si registra durante una recessione.

Moody’s prevede un aumento del deficit federale fino al 9% del PIL entro il 2035, dal 6,4% del 2024, a causa dell’aumento dei pagamenti per il debito, della spesa per i sussidi e della “generazione di entrate relativamente bassa”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva promesso di ridurre il deficit al 3% entro la fine del mandato presidenziale del Presidente Trump, un obiettivo che richiederà una crescita economica significativa o una disciplina fiscale rigorosa.

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Il declassamento di Moody’s ha un impatto pratico limitato, ma arriva in un momento critico: l’attenzione è concentrata sul bilancio federale, sulle sue conseguenze per i futuri costi di finanziamento e sulla scarsa preoccupazione di Washington per la traiettoria del deficit.

Nel frattempo, Trump ha cercato di raggruppare molte delle sue promesse fiscali nel disegno di legge ora noto come “One Big Beautiful Bill Act”, attualmente all’esame del Congresso. Secondo il Comitato apartitico, per un bilancio federale responsabile, la proposta potrebbe aumentare il debito nazionale di almeno 3.300 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.

Il mercato ha visto una certa volatilità, soprattutto nel debito a lunga scadenza, dopo il declassamento degli Stati Uniti. I mercati si aspettano una rapida risoluzione del problema del budget, con un accordo che dovrebbe essere approvato dal Congresso a breve. Tuttavia, è probabile che la legge in esame non risolva i problemi del debito. I limitati tagli alla spesa non compensano i tagli fiscali proposti né l’estensione di quelli introdotti nel 2017. Inoltre, è improbabile che le entrate derivanti dalle tariffe doganali colmino il divario. Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno incassato 100 miliardi di dollari di dazi a fronte di entrate complessive pari di 4.900 miliardi di dollari. Quest’anno le entrate derivanti da tariffe potrebbero aggirarsi tra 150 e 300 miliardi di dollari, ma il livello più alto richiederebbe la reintroduzione di tariffe reciproche, al momento poco probabile. Questo scenario lascia gli Stati Uniti con un deficit destinato a crescere rapidamente dagli attuali 36,2 trilioni di dollari, mentre i pagamenti di interessi potrebbero sfiorare il trilione quest’anno, triplicando rispetto al 2020.

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Con un deficit degli Stati Uniti che cresce di circa 1.000 miliardi di dollari ogni 100 giorni, quali fattori potrebbero rallentare l’aumento del debito? È improbabile che la moderazione fiscale arrivi dal partito repubblicano o dall’attuale amministrazione; di conseguenza, il mercato obbligazionario potrebbe imporre limiti, provocando per l’amministrazione Trump un “momento alla Liz Truss”.

I Treasury statunitensi continuano ad essere considerati l’asset privo di rischio per eccellenza, a condizione che si presuma che il governo USA non vada in default, mentre il dollaro rimane la valuta di riserva mondiale. Questo garantisce una domanda stabile per il debito statunitense, sebbene sia probabile che gli investitori richiedano un rendimento più elevato per detenere tali titoli.

I titoli di Stato statunitensi saranno valutati in base al rischio di un aumento dell’inflazione e ad un possibile rallentamento economico dovuto ai dazi, con la Federal Reserve che adotterà un atteggiamento di attesa ed analisi, ponendo maggiore attenzione all’aspetto inflazionistico del suo mandato rispetto a quello occupazionale. In passato, la Fed ha dimostrato grande attenzione alle tensioni nei mercati obbligazionari, intervenendo, se necessario, per evitare che una crisi del debito si trasformi in una crisi finanziaria. Tuttavia, la soglia per l’intervento rimane alta, e al di sotto di essa potrebbe verificarsi una certa volatilità.

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I rendimenti in aumento graduale nel tempo risultano più gestibili rispetto ad impennate improvvise; tuttavia, il contesto attuale legato al deficit favorisce rapide variazioni di sentiment nel mercato, con picchi di rendimento su tutti gli asset di rischio. Ci sono certamente ragioni per una crescente cautela riguardo alla traiettoria del debito statunitense e al suo impatto sulla propensione al rischio nei mercati finanziari.

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