Gaza: tre settori chiave per la ricostruzione

Giacomo Calef, country head Italy di NS Partners -

La tregua raggiunta a Gaza, dopo mesi di conflitto, non è soltanto un passaggio politico e umanitario: apre anche una finestra economica importante. Le agenzie internazionali stimano bisogni per decine di miliardi. La World Bank parlava di 53,2 miliardi nella prima fase di valutazione, mentre aggiornamenti congiunti e dichiarazioni Onu portano oggi la cifra intorno ai 70–80 miliardi a seconda degli scenari. È una domanda pluriennale e materiale: case da ricostruire, ospedali da rimettere in piedi, reti idriche ed energetiche da rifare, porti e strade da riaprire. Ma perché questo interessa i mercati? Perché la scala e la complessità dell’intervento richiedono capacità finanziaria, logistica e know-how che poche aziende al mondo possiedono — e sono, molto spesso, le large-cap.

Nella pratica, la partita sarà giocata su tre fronti. Primo, i materiali: cementifici e produttori di aggregati con catene logistiche globali e impianti regionali possono rifornire volumi enormi in tempi serrati. Aziende come Holcim e altri big europei hanno la scala per rispondere rapidamente a gare multilaterali.

Secondo, i general contractor e gli EPC (Engineering, Procurement, Construction): i grandi gruppi di costruzione e ingegneria, in grado di strutturare consorzi, finanziare fasi iniziali e presentare garanzie multilaterali, saranno naturali aggiudicatari di appalti complessi.

Terzo, la fase servizi — macchinari pesanti per sgombero e movimento terra (i grandi costruttori di equipment), reti idriche e depurazione, mini-grid e soluzioni energetiche, telecomunicazioni per ristabilire connettività — richiederanno fornitori con bilanci solidi e track record internazionale. Logistica e accessi rimangono il nodo politico-operativo: la riapertura di valichi come Rafah e corridoi sicuri sono condizione necessaria perché i cantieri partano; senza corridoi affidabili i rischi di ritardo e di aumento dei costi restano altissimi.

Non va però idealizzata l’opportunità. Il coinvolgimento in progetti legati al conflitto porta rischi reputazionali e politicamente sensibili: alcune società hanno già visto disinvestimenti e pressioni da fondi sovrani e istituzionali, un fattore da valutare nel peso dell’esposizione. Per gli investitori la regola è selettività: la ricostruzione può generare ricavi pluriennali per imprese strutturate — produttori di materiali, grandi contractor, fornitori di energie e telecomunicazioni — ma solo chi dimostra solidità finanziaria, compliance e garanzie multilaterali supererà la barriera d’ingresso. In altre parole: non è un gioco per piccoli, ma per chi può sostenere la scala e i rischi di una “nuova Gaza” che deve essere costruita in sicurezza e con trasparenza.