Salari italiani e inflazione, il gap si allarga. Mercer: “A rischio competitività in Europa”

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Il mercato del lavoro italiano continua a perdere competitività sul fronte retributivo, adeguando sempre meno i salari all’inflazione, mentre le differenze tra le varie aree geografiche si assottigliano. È quanto emerge dalla nuova edizione dello studio Total Remuneration Survey di Mercer, business di Marsh McLennan (NYSE: MMC). I risultati sono stati presentati durante la XXVII edizione dell’Osservatorio sul Capitale Umano “Persone e Digitale: il Capitale Umano al centro della trasformazione digitale”.

L’analisi è stata realizzata su un campione di 735 aziende italiane, per un totale di circa 270.000 osservazioni retributive. Come evidenzia lo studio, il picco inflazionistico del 2022 ha portato a un incremento dei budget per la revisione salariale, ma dal 2023 il trend è in rallentamento: si è passati dal 4% al 3,4% del 2025, con una previsione di stabilità per il 2026 nonostante un’inflazione stimata in lieve crescita. Allo stesso tempo, si allarga la platea dei beneficiari delle revisioni: se prima del 2022 circa un terzo dei dipendenti percepiva aumenti di stipendio, nel 2025 la percentuale si è alzata al 55%, segno che le revisioni sono dettate dal cercare di sostenere il potere di acquisto dei salari, più che dal merito.

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Nella fotografia delle variazioni a parità di ruolo emergono dinamiche di contenimento della crescita delle retribuzioni lungo la piramide organizzativa: gli impiegati registrano una crescita media del 4,8%, i junior/middle manager del 4,1%, mentre per la fascia executive ci si ferma al 3,5% e, per i senior manager, al 2,6%. È un segnale evidente di come le aziende stiano cercando di proteggere le fasce retributive più deboli.

Un fenomeno simile si osserva anche a livello territoriale: Milano, che nel 2017 garantiva stipendi superiori del 9% rispetto alla media nazionale, oggi si ferma a un modesto +3%. Nel Mezzogiorno, il divario negativo si riduce dal -10% al -7%. La geografia dunque pesa sempre meno nella competitività salariale: le aziende nelle aree periferiche sono oggi obbligate ad avvicinarsi alla media nazionale per poter attrarre le stesse competenze.

Dal punto di vista settoriale, il comparto Life Science resta il settore più competitivo con retribuzioni fisse superiori del 7% alla media, mentre i servizi non finanziari registrano un significativo -9%; a livello di figure professionali, quelle Finance e Sales&Marketing si confermano le più premiate, mentre le funzioni Quality sono le meno competitive (-3%).

Lo studio traccia anche un quadro piuttosto preoccupante per le retribuzioni di professionisti e degli executive rispetto al panorama europeo. Nel nostro Paese le figure inquadrate come professional si collocano al penultimo posto nell’Unione, davanti solo alla Polonia, con una distanza del 24% rispetto alla media europea. La posizione degli executive è leggermente migliore, ma il gap resta dell’11%. La struttura retributiva italiana è inoltre sbilanciata verso l’alto: la retribuzione di un executive vale in media 3,7 volte quella di un professional, un rapporto tra i peggiori in Europa e che, in uno scenario di piena Pay Transparency, diventerà sempre più difficile da sostenere.

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«La trasparenza retributiva europea renderà inevitabile il confronto, e l’Italia oggi fatica a reggerlo in termini di competitività degli stipendi» commenta Marco Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia. «Le aziende possono impegnarsi su salari ed equità, ma devono anche fare i conti con la sostenibilità economica. Per colmare questo divario servono nuove modalità di lavoro e investimenti mirati sulle competenze, oltre a un’integrazione strategica dell’intelligenza artificiale. Solo così potremo aumentare produttività e valore delle persone».

Lo scenario appare più positivo nel mondo dei servizi finanziari, analizzati da una specifica indagine: la Pan-European Financial Services Survey, che in Italia ha coinvolto oltre 40 aziende e circa 7.500 osservazioni. Secondo lo studio, i risultati economici decisamente brillanti degli ultimi anni hanno alimentato una dinamica retributiva più favorevole. La crescita degli utili lordi nel 2024 (+17% rispetto al 2023), l’aumento della capitalizzazione di mercato (+25%), il consolidamento attraverso operazioni M&A e il rinnovo dei contratti collettivi hanno contribuito a spingere verso l’alto le retribuzioni, salite del 13,5% nel triennio per la componente fissa. La crescita non è però omogenea: a beneficiare maggiormente sono le professionalità legate al Finance e alla tecnologia, entrambe oltre il +20% nel periodo. Il turnover nel settore è tornato ai minimi (2,9%), un dato di sicuro positivo ma che impone una rinnovata attenzione verso l’ingaggio diffuso e le azioni dedicate a massimizzare la produttività, per evitare di disperdere competenze critiche in una fase di piena trasformazione.

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