Board of Peace al via con 21 Paesi aderenti. Musk torna a Davos e provoca: «Per pace o per conquista?»

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Il nuovo organismo internazionale per la gestione della transizione a Gaza prende forma, ma divide la comunità internazionale. La stampa globale parla di ambizione politica, fragilità operativa e rischio di governance “dall’alto”.

Si chiude il World Economic Forum di Davos 2026

Il Board of Peace entra ufficialmente nella sua fase operativa con l’adesione di 21 Paesi, segnando uno dei passaggi più controversi del World Economic Forum di Davos 2026. L’organismo, promosso dagli Stati Uniti come piattaforma internazionale per supervisionare la governance, la sicurezza e la ricostruzione della Striscia di Gaza nel post-conflitto, nasce con l’obiettivo dichiarato di garantire stabilità e coordinamento multilaterale. Ma il dibattito internazionale è tutt’altro che unanime.

A catalizzare l’attenzione mediatica è stato anche il ritorno a Davos di Elon Musk, che durante un panel informale ha commentato con ironia l’iniziativa: «È un board per la pace o per la conquista?». Una battuta che, pur nello stile provocatorio del fondatore di Tesla e SpaceX, ha intercettato un nodo centrale del dibattito globale: la legittimità politica e il perimetro reale del nuovo organismo.

Che cos’è il Board of Peace e chi ne fa parte

Secondo quanto riportato da Reuters, il Board of Peace è stato concepito come un meccanismo temporaneo di supervisione internazionale, incaricato di coordinare un’amministrazione civile tecnocratica a Gaza, la distribuzione degli aiuti e le prime fasi della ricostruzione. Tra i Paesi aderenti figurano Stati Uniti, diversi Stati europei, nazioni del Golfo e attori regionali chiave come Egitto e Qatar. L’adesione di 21 Paesi viene letta da Washington come un segnale di sostegno politico, ma anche come una coalizione ancora eterogenea e fragile.

Reuters sottolinea come Israele abbia espresso forti riserve sulla composizione del board e sul coinvolgimento di alcuni attori considerati politicamente ostili, mentre l’Autorità Palestinese teme di essere marginalizzata da una governance percepita come imposta dall’esterno.

La lettura della stampa europea

Il quotidiano francese Le Monde parla di un’iniziativa «ambiziosa ma strutturalmente ambigua», osservando che il Board rischia di trasformarsi in una gestione internazionale senza piena sovranità locale, con il pericolo di replicare modelli già visti in altri scenari post-bellici, dal Kosovo all’Iraq.

Più severo il commento del tedesco Handelsblatt, che inquadra il Board of Peace come uno strumento con forte impronta geopolitica statunitense, utile a stabilizzare l’area nel breve periodo ma potenzialmente destabilizzante nel medio-lungo termine se non accompagnato da un vero processo politico condiviso.

Il britannico Financial Times adotta un tono più analitico: secondo FT, l’adesione di 21 Paesi dimostra che la comunità internazionale è alla ricerca di una soluzione praticabile alla crisi di Gaza, ma il successo del Board dipenderà da tre fattori chiave: finanziamenti certi, catena di comando chiara e reale inclusione palestinese. In assenza di questi elementi, il rischio è che il Board resti un contenitore diplomatico più che uno strumento operativo.

La provocazione di Musk

Negli Stati Uniti, The New York Times e Politico hanno evidenziato come la battuta di Musk, pur non istituzionale, rifletta una diffusa inquietudine: chi decide davvero per Gaza? E con quale mandato? Secondo Politico, il sarcasmo di Musk ha avuto successo perché ha sintetizzato in poche parole il timore che il Board venga percepito come una forma di amministrazione indiretta, più che come un percorso verso l’autodeterminazione.

Il Guardian insiste su questo punto, parlando apertamente di rischio “neo-amministrativo”: un organismo che promette pace ma che potrebbe consolidare nuovi equilibri di potere senza risolvere le cause profonde del conflitto.

Tra pace, governance e credibilità

Nel complesso, la stampa internazionale converge su una valutazione prudente: il Board of Peace rappresenta un tentativo inedito di gestione multilaterale di una crisi cronica, ma nasce sotto il segno di una forte tensione tra efficienza operativa e legittimità politica. La provocazione di Musk, al di là dell’ironia, ha funzionato da detonatore mediatico di un dubbio più ampio: la pace può essere amministrata come un progetto, o richiede un processo politico che nessun board può sostituire?

È questa la domanda che accompagnerà il Board of Peace ben oltre Davos, mentre la comunità internazionale osserva se l’organismo saprà trasformarsi da strumento di emergenza a ponte credibile verso una soluzione duratura, o se resterà l’ennesimo esperimento di governance globale sospeso tra idealismo e realpolitik.

Secondo le liste diffuse dai media e dalle agenzie hanno accettato l’invito a far parte del Board of Peace

  • Albania

  • Arabia Saudita

  • Argentina

  • Armenia

  • Azerbaigian

  • Bahrain

  • Bielorussia

  • Egitto

  • Emirati Arabi Uniti

  • Giordania

  • Indonesia

  • Kazakistan

  • Kosovo

  • Marocco

  • Pakistan

  • Qatar

  • Turchia

  • Ungheria

  • Uzbekistan

  • Vietnam

  • Israele — ha accettato formalmente l’invito dopo iniziali esitazioni