CoinShares Outlook 2026. Tra disinflazione imperfetta e normalizzazione dei mercati cripto: il Bitcoin diventa “outside money” di lungo periodo

James Butterfill -

Analisi a cura di James Butterfill, Head of Research di CoinShares
Gennaio 2026 – Nel 2026 l’economia globale sembra in grado di evitare la recessione, ma con un margine di
certezza molto ristretto. La crescita dovrebbe restare positiva, seppur lontana da ritmi robusti, mentre le
distorsioni legate ai dazi, gli strascichi del vuoto informativo causato dallo shutdown negli Stati Uniti e un
contesto politico volatile – comprese le recenti turbolenze negli Stati Uniti, che sembrano non placarsi –
rendono famiglie e imprese più caute nell’assunzione di rischio.
La disinflazione è in corso, ma la fase finale si conferma lenta e irregolare. Gli effetti dei dazi, la ristrutturazione
delle catene di fornitura e la componente “shelter” impediscono all’inflazione di convergere verso il giusto
target, pur avendo superato il picco dei rialzi. Non temiamo una nuova spirale inflazionistica, ma è
improbabile che l’inflazione esca rapidamente dal radar delle banche centrali: nei Paesi sviluppati il livello del
“core” resta ancora superiore agli standard degli ultimi decenni.
In questo contesto la Federal Reserve dovrebbe avviare un ciclo di riduzione dei tassi, ma in modo prudente.
Immaginiamo un percorso che si prolunga dalla fine del 2025, con la maggior parte dei tagli concentrata nella
prima parte del 2026. Il ricordo della fiammata inflazionistica del 2022 limita l’appetito della Fed per un
cambio di rotta troppo rapido; allo stesso tempo, un eventuale irrigidimento dell’inflazione – per effetto di
rincari per energia, dazi o servizi – potrebbe indurre a rallentare o sospendere i tagli, mentre un
deterioramento più marcato del mercato del lavoro costringerebbe a intervenire in modo più deciso.
Per i mercati finanziari – e per gli asset digitali in particolare – il 2026 sarà quindi un anno in cui tassi reali,
liquidità e attese sui prossimi passi della Fed resteranno i principali driver, con una sensibilità elevata verso
ogni nuovo dato su crescita, inflazione e occupazione.

Bitcoin tra ciclo macro, normalizzazione finanziaria e nuovi rischi
In questo quadro, vediamo tre trend di base per Bitcoin.
Nello scenario più favorevole, caratterizzato da “soft landing”, inflazione in rientro, crescita stabilizzata oltre
il 2% e primi segnali concreti di maggiore produttività legata all’intelligenza artificiale, la Fed potrebbe
acquisire più fiducia e procedere con tagli più convincenti. La discesa dei rendimenti reali e il miglioramento
delle condizioni finanziarie creerebbero un contesto particolarmente favorevole per gli asset a maggiore
rischio. Bitcoin, avrebbe buone probabilità di superare con decisione i massimi precedenti sorpassando quota
$150mila, sostenuto da una combinazione di maggiore liquidità, flussi istituzionali in crescita e tassi più
bassi.
Lo scenario centrale vede un’espansione più lenta e incerta, con crescita moderata, inflazione in calo ma su
livelli ancora in grado di mantenere la Fed su posizioni conservative. In questo contesto i rendimenti reali
restano positivi e l’appetito per il rischio rimane disomogeneo. Bitcoin tenderebbe a comportarsi come un
asset “high beta”, come – del resto – ha fatto più spesso negli ultimi anni: la sua traiettoria sarebbe guidata
soprattutto dai flussi negli ETF, dal posizionamento degli investitori e dalla continua revisione delle attese sui
prossimi passi della Fed. In questo contesto – sicuramente favorevole ma non eccessivamente trasformativo
– prevediamo un range di valutazione della criptovaluta compreso tra $110.000 e $140.000 dollari USA per la
criptovaluta.
Lo scenario negativo – dal nostro punto di vista meno probabile, ma comunque non escludibile a priori – ha
due varianti. Nella versione recessiva, il mercato del lavoro si indebolisce più rapidamente, la crescita rallenta
bruscamente e gli asset a maggore rischio subiscono correzioni profonde. In tale contesto, in una fase iniziale
Bitcoin verrebbe penalizzato insieme al resto del mercato, con cali sensibili nel suo valore.In un secondo
momento, con l’avvio di misure di stimolo più aggressive e il ritorno di politiche più espansive, la criptovaluta
potrebbe trarre maggiori benefici e superare la soglia dei $170mila, sulla scorta della lettura di Quantitative
Easing che gli investitori potrebbero dare alle mosse della Fed.
Nella versione stagflazionistica, più insidiosa, la crescita rallenta mentre l’inflazione riparte: la Fed resterebbe
conservativa più a lungo, i rendimenti reali salirebbero e il dollaro si rafforzerebbe, creando un ambiente ostile
per quasi tutte le asset class sensibili ai tassi. In questo caso, Bitcoin farebbe più fatica, rischiando di scendere
in un range compreso tra $70.000 e $100.000 dollari a causa della probabilità di deflussi dagli ETF in un
contesto di “risk-off” prolungato.
Oltre alla congiuntura, riteniamo che il mercato debba misurarsi con alcune dinamiche strutturali che
plasmeranno il comportamento di Bitcoin nel 2026 e oltre.
La prima è la progressiva normalizzazione dell’asset all’interno dell’ecosistema finanziario statunitense. Il
2025 ha visto una serie di “sblocchi” di natura strutturale: il lancio degli ETF fisici, la nascita di un mercato di
opzioni liquide sugli stessi ETF, l’allentamento di alcuni vincoli nei piani pensionistici, regole contabili di fair
value più favorevoli alle detenzioni in bilancio e il riconoscimento di Bitcoin come tema di rilevanza strategica
per gli Stati Uniti.
Si tratta, però, di prerequisiti, più che di punti di arrivo. L’accesso effettivo alla criptovaluta in ambito
consulenza o a livello di gestione patrimoniale resta, per ora, limitato: permangono vincoli su ciò che i gestori
possono raccomandare, su quali clienti possano detenere l’asset e con quale peso. È ragionevole attendersi
che nel 2026 alcuni dei grandi operatori statunitensi aprano in modo più deciso alla possibilità di inserire ETF
su Bitcoin nei portafogli discrezionali, che almeno un importante provider di piani pensionistici consenta
allocazioni tramite ETF spot, che alcune società dell’S&P 500 inizino a dichiarare posizioni in Bitcoin in bilancio
e che le grandi banche introducano servizi dedicati per la clientela istituzionale. In sintesi, Bitcoin tenderà a
somigliare sempre di più a una asset class tradizionale in termini di distribuzione, regolazione e percezione.
La seconda dinamica strutturale riguarda la crescente esposizione del mercato al comportamento di un
numero ristretto di grandi detentori corporate. Negli ultimi anni, il modello di “treasury company” che
finanzia l’acquisto di Bitcoin con debito in valuta fiat ha attirato numerosi emuli, portando il totale dei BTC
detenuti sui bilanci delle società quotate oltre la soglia del milione di coin, con una concentrazione elevata su
pochi emittenti. Finché i mercati del credito restano accomodanti e le valutazioni azionarie sono favorevoli,
questa strategia genera un potente flusso di domanda; ma in presenza di condizioni più rigide sui convertibili,
difficoltà di rifinanziamento o tensioni sulla liquidità, tali società potrebbero diventare venditori forzati, con
effetti amplificati sui prezzi.
Anche il rapido sviluppo del mercato delle opzioni, in particolare sulle principali linee ETF, contribuisce a
questa nuova fase di maturazione. Una maggiore profondità del mercato dei derivati favorisce la scoperta del
prezzo, la gestione del rischio e una volatilità tendenzialmente più contenuta, ampliando il potenziale bacino
di investitori in grado di considerare l’asset. Allo stesso tempo, una volatilità strutturalmente più bassa rende
meno attraenti alcuni meccanismi di finanziamento – come l’emissione di bond convertibili – che negli ultimi
anni hanno alimentato una parte significativa della domanda corporate. Nel breve periodo questo riequilibrio
tra nuove fonti di flusso e vecchi schemi di finanziamento potrebbe generare qualche frizione; nel lungo
periodo riteniamo che un profilo di volatilità più contenuto sia una condizione necessaria perché Bitcoin
possa aspirare a un ruolo più stabile nei portafogli istituzionali.

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La lenta “erosione” del dollaro e la nuova geografia della fiducia regolamentare
Sul piano strutturale osserviamo la graduale riduzione del peso del dollaro come valuta di riserva dominante.
Dall’inizio degli anni Duemila la sua quota nelle riserve valutarie dichiarate è scesa da circa il 70% a poco più
della metà, a favore di un paniere più diversificato che include valute come dollaro australiano, dollaro
canadese, won coreano, renminbi e, soprattutto, l’oro, tornato ad avere un ruolo centrale dopo gli eventi
legati al congelamento delle riserve della banca centrale russa. Non riteniamo che questo processo porti a un
singolo sostituto del dollaro; vediamo piuttosto l’evoluzione verso un sistema più multipolare in cui la valuta
statunitense mantiene un primato, ma con un distacco meno netto, affiancata da un ruolo crescente per altre
divise e per gli asset reali.
In un mondo in cui la gestione delle riserve è sempre più condizionata da considerazioni geopolitiche e dal
timore di un uso “strumentale” delle sanzioni, è plausibile che alcune banche centrali inizino a considerare in
modo più concreto anche asset non sovrani. A nostro avviso, il 2026 potrebbe segnare l’avvio di una fase in
cui Bitcoin entra almeno a far parte del dibattito strategico di alcuni policy-maker come potenziale riserva
“esterna” ai sistemi monetari tradizionali. Si tratterà di un processo graduale, ma il contesto strutturale è via
via più favorevole a forme di “denaro esterno” rispetto alle architetture monetarie consolidate.
Parallelamente, il 2025 ha mostrato quanto la regolamentazione sia ormai una delle variabili decisive per la
competitività dei diversi hub finanziari. L’Unione Europea entra nel 2026 con il regolamento MiCA in vigore,
un quadro che copre emissione, custodia, negoziazione e stablecoin, allineato con l’architettura
regolamentare esistente. Ciò offre un livello di certezza giuridica particolarmente apprezzato dagli operatori
istituzionali, pur con alcune frizioni sul fronte dell’enforcement a livello nazionale dei diversi Paesi
dell’Unione.
Gli Stati Uniti restano il principale motore di innovazione e il centro di gravità dei capitali, nonostante un
quadro normativo frammentato tra diverse autorità. Il Regno Unito prosegue su un percorso graduale, con
sandbox e progetti pilota che ne confermano l’ambizione sul fronte della tokenizzazione. In Asia, giurisdizioni
come Hong Kong e Giappone stanno convergendo verso modelli prudenti e allineati agli standard bancari
internazionali, rafforzando il proprio posizionamento come hub istituzionali regionali.
Nel complesso, riteniamo che il 2026 sarà per Bitcoin un anno di forte sensibilità alle traiettorie macro – tassi
reali, liquidità e percorso della Fed – ma anche un momento di ulteriore consolidamento verso una
normalizzazione strutturale all’interno di un sistema finanziario globale che si fa più multipolare, tanto sul
piano valutario quanto su quello regolamentare.
In questo contesto, il ruolo di Bitcoin come “outside money” tenderà a essere sempre più valutato non solo
alla luce dei movimenti di breve periodo, ma anche nel quadro di lungo termine dell’evoluzione delle
architetture monetarie e finanziarie internazionali.

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Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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