Davos 2026: il declino del possibile futuro tra fantasmi geopolitici e bunker dorati

Lapo Mazza Fontana -

— di Lapo Mazza Fontana

Mentre la neve della sera avvolge i Grigioni, il World Economic Forum si trasforma nello specchio di un mondo in frammentazione. Tra le minacce di Trump sulla Groenlandia e il grido d’allarme di Oxfam sulle disuguaglianze, il “dialogo globale” somiglia sempre più a un monologo di poteri arroccati.

DAVOS. C’era una volta la fiera del futuro

C’era un tempo in cui a Davos si progettava la globalizzazione, si immaginavano mercati senza frontiere e si discuteva di “Quarta rivoluzione industriale” come di un destino manifesto e radioso. Oggi, l’edizione 2026 del World Economic Forum (WEF) restituisce un’immagine ben diversa: quella di un club esclusivo che, protetto da 5.000 soldati e barriere di sicurezza senza precedenti, sembra più impegnato a gestire il rischio di un naufragio che a tracciare la rotta.

La geopolitica del ricatto: il caso Groenlandia

Se il tema ufficiale del forum parlava di ricostruire la fiducia, la realtà dei panel è stata bruscamente sequestrata dall’ombra di Donald Trump. Il suo intervento di mercoledì, un discorso fiume di oltre un’ora, ha trasformato la sala congressi in un tribunale geopolitico. La pretesa di acquisire la Groenlandia e la minaccia di nuovi dazi contro i partner europei “colpevoli” di sostenere la sovranità danese hanno ridotto il multilateralismo a un reperto archeologico.

Le euro-reazioni

La reazione del presidente francese Macron e la freddezza della Danimarca, che ha disertato l’incontro per protesta, segnano una frattura che Davos non è più in grado di ricomporre. Non si parla più di scambi, ma di una vera geoeconomia della coercizione.

I numeri della vergogna: l’abisso di Oxfam

Mentre nei salotti degli hotel a cinque stelle si discute di resilienza, il rapporto Oxfam presentato in apertura gela ogni retorica sulla “crescita inclusiva”. I dati del 2026 sono implacabili: la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% nell’ultimo anno, raggiungendo i 18.300 miliardi di dollari. I 12 individui più ricchi del pianeta possiedono oggi più ricchezza della metà più povera dell’umanità (circa 4,1 miliardi di persone).

L’insicurezza alimentare colpisce ormai una persona su quattro a livello globale. La critica che sale dalle piazze di Davos, dove centinaia di manifestanti hanno sfilato sfidando il gelo, è che il Forum sia diventato il luogo in cui la disuguaglianza viene normalizzata anziché combattuta. Come sottolineato da diversi economisti critici, Davos non è più il laboratorio del domani, ma il caveau dove si protegge il presente dei pochi.

L’ipocrisia climatica e il “Green Deal” in bilico

Anche sul fronte ambientale, l’edizione 2026 appare segnata da una profonda ambiguità. Da un lato, la Commissione Europea tenta di rilanciare il multilateralismo climatico; dall’altro, la nuova dottrina americana difende apertamente il mix energetico fossile, definendo le politiche verdi europee disastrose.

Il paradosso è visibile anche fuori dalle finestre: gli scienziati avvertono che i ghiacciai alpini, che circondano la città, stanno scomparendo a ritmi record, mentre il traffico di jet privati che atterrano a Zurigo per portare i delegati al Forum non accenna a diminuire.

Un Forum che ha perso la bussola?

In questo scenario, Davos sembra aver cambiato natura. Non è più il luogo dove si crea il consenso, ma quello dove si misura la disintegrazione dell’ordine mondiale. La parola d’ordine non è più cooperazione, ma “autonomia strategica” e protezione delle catene di approvvigionamento.

Il rischio reale, al termine di questa settimana, è che Davos 2026 venga ricordato come il vertice in cui l’élite globale ha ammesso, implicitamente, di non avere più soluzioni collettive per crisi che sono, per definizione, globali. Un bello schifo, non c’è che dire.