Dazi fantasma e dazi sul Made in Italy: una onda d’urto politica ed economica?
— di Lapo Mazza Fontana —
Un panorama da film catastrofista
Un tracollo di credibilità e un conto da 20 miliardi e 140mila posti a rischio per l’Italia. Dazi minacciati, annunciati, ritirati: quando le parole sono esclusivamente propaganda e un presidente degli Stati Uniti rilascia dichiarazioni “unhinged” (letteralmente SGANGHERATE) anche una cosa seria come le tariffe daziarie diventano commedia farsesca.
Prima di sbarcare a Davos DJ Trump imbastisce una delle peggiori farse del decennio: la minaccia di invadere la Groenlandia. La Unione Europea reagisce mandando una piccola squadra militare multinazionale e Deejay Trump per ripicca minaccia la ritorsione: dazi aggiuntivi del 10 percento ai paesi partecipanti alla squadra groenlandese. Il presidente francese Macron alza il tono, seppur sempre timidamente, puntando l’indice contro Trump? Trump minaccia dazi del 200 percento contro lo Champagne francese. Si capisce il livello ormai iperuranico della farsa o è ancora troppo poco chiaro?

Se Davos è il palcoscenico della crisi, i porti e le fabbriche italiane ne sono il fronte. Tra ritorsioni americane e incertezze globali, l’export italiano, pilastro del PIL, trema. Ecco chi paga il prezzo della nuova guerra commerciale.
Non è più una minaccia teorica, ma un calcolo contabile che toglie il sonno agli industriali. Mentre i leader mondiali discutono di “fiducia” tra le vette svizzere, l’economia reale italiana si prepara a incassare uno dei colpi più duri del decennio. Secondo le ultime stime di Unimpresa e del Centro Studi Confindustria, l’escalation dei dazi statunitensi potrebbe costare all’Italia una flessione dell’export fino all’8% nel 2026, con una perdita secca che oscilla tra i 18 e i 22 miliardi di euro. Mica male eh?
I settori nel mirino: dalla meccanica al Parmigiano
L’Italia è particolarmente vulnerabile perché il suo modello di crescita è export-led. Gli Stati Uniti rappresentano il nostro secondo mercato di sbocco e la natura dei nuovi dazi (che in alcuni scenari arrivano al 15-30% su prodotti selezionati) colpisce chirurgicamente le eccellenze del Paese.
Meccanica e macchinari: è il settore più esposto in termini assoluti. Rappresenta circa il 27% dell’export verso gli USA. Il rischio è che i macchinari italiani, fondamentali per l’industria americana, diventino troppo costosi, spingendo gli acquirenti verso fornitori locali o mercati meno tassati.
Chimico-farmaceutico: un comparto che vale il 20% del nostro commercio oltreoceano. Qui i dazi non colpiscono solo il profitto, ma rallentano le catene di fornitura di beni essenziali.
Agroalimentare e Food & beverage: è il settore decisamente più simbolico. Vino, formaggi DOP e olio d’oliva rischiano rincari immediati del 10-15%. Per molte PMI agricole, i dazi significano l’uscita forzata dal mercato americano a favore di imitazioni locali (Italian sounding).
Moda e lusso: con dazi che potrebbero erodere i margini già sottili della filiera, il settore tessile e della pelle teme una contrazione degli ordini che colpirebbe duramente i distretti del Nord e del Centro Italia.
L’impatto sul PIL e l’occupazione
Il danno non si ferma alle frontiere. La contrazione delle vendite estere si traduce in un rallentamento della produzione interna. Le stime di EY e Confindustria dipingono un quadro preoccupante per il 2026:
Crescita frenata: il PIL italiano, già debole, potrebbe subire una contrazione aggiuntiva dello 0,3% – 0,6%, annullando i timidi segnali di ripresa post-PNRR.
Lavoro a rischio: si stima che fino a 140.000 posti di lavoro siano in bilico, concentrati soprattutto nelle regioni a trazione esportatrice come Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.
La risposta del Governo: Task force e nuovi mercati. Per arginare l’emorragia, il governo italiano ha attivato una Task force d’emergenza. Il piano prevede lo stanziamento di circa 25 miliardi di euro (attinti in parte da rimodulazioni dei fondi UE) per sostenere le PMI nel processo di diversificazione dei mercati.
L’obiettivo è spingere il Made in Italy verso le nuove rotte: Medio Oriente, Sud-est asiatico (ASEAN) e Africa, mercati che nel primo semestre del 2025 hanno già mostrato una crescita del +7,5%. Tuttavia, sostituire il mercato americano, solido, ricco e storicamente legato all’Italia, non è un’operazione che si compie in pochi mesi.
Un’Europa alla prova
La vera partita si gioca però a Bruxelles. Senza una risposta unitaria dell’Unione Europea, l’Italia rischia di trovarsi schiacciata tra il protezionismo di Washington e l’aggressività commerciale di Pechino. La “diplomazia della neve” di Davos ha chiarito una cosa: nel 2026, l’ottimismo è un lusso che il sistema industriale italiano non può più permettersi senza una strategia di difesa aggressiva. Si vis pacem para bellum, ma se poi il bellum non lo usi fai la figura del cretino. E di cretinate, onestamente, proprio troppe se ne sono fatte.

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