GAM – Venezuela: dov’è lo shock?
A cura di Julian Howard, Chief Multi-Asset Investment Strategist di GAM
Oggi il mercato petrolifero si sta comportando in un modo che sarebbe sembrato impensabile solo un decennio fa. Il tipo di notizie geopolitiche che un tempo facevano impennare i prezzi del greggio – ad esempio gli attacchi con droni alle strutture della Saudi Aramco nel 2019 – vengono ora accolte con quasi indifferenza. La domanda è: come dovrebbero interpretare questo fenomeno gli investitori?
L’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi all’inizio dell’anno rappresenta la minaccia più grave per il regime dai tempi del fallito colpo di Stato e dello sciopero generale che 23 anni fa rischiarono di rovesciare il suo predecessore Hugo Chávez.
In quel periodo, i prezzi del petrolio aumentarono di quasi il 40% nel giro di pochi mesi*, poiché i licenziamenti di massa dei dipendenti del settore petrolifero paralizzarono la produzione. Il Venezuela rappresentava oltre il 3% dell’offerta globale* e il resto del mondo non aveva capacità di riserva per assorbire l’eccesso.
Il contesto attuale del mercato petrolifero ha subito una notevole evoluzione.
La produzione venezuelana è scesa a circa 900.000 barili al giorno*, mentre la produzione mondiale è ora pari a quasi 80 milioni di barili*. Al 12 gennaio, i futures sul petrolio greggio vengono scambiati a meno di 60 dollari* L’abolizione dei tagli alla produzione autoinflitti dal cartello dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha contribuito all’eccesso di offerta, con i prezzi che ora registrano un calo senza precedenti per il terzo anno consecutivo. Inoltre, gli stessi Stati Uniti sono diventati un attore di primo piano grazie al settore del fracking, che il presidente Trump ha cercato di incoraggiare ulteriormente con il suo mantra “Drill, baby, drill”. I produttori di scisto reagiscono più alle variazioni di prezzo che alle esortazioni dei presidenti statunitensi. Se il prezzo del petrolio aumenta, i produttori di scisto possono rapidamente aggiungere impianti di trivellazione e aumentare la produzione per trarne vantaggio, e viceversa. Ciò ha accelerato la reattività della curva dell’offerta di petrolio, con un ulteriore effetto di stabilizzazione sul prezzo del petrolio che sarebbe stato sconosciuto agli investitori nei decenni precedenti.
Anche l’amministrazione statunitense ha minacciato l’Iran, ma, proprio come nel caso del Venezuela, non sembra più essere la potenziale fonte di shock sistemico che era un tempo.
Alcuni commentatori hanno subito tracciato un parallelismo tra le proteste senza precedenti che stanno avvenendo oggi in Iran e la destituzione dello Scià durante la Rivoluzione Islamica del 1979[1], quando il crollo della produzione petrolifera iraniana causò una riduzione del 7% circa dell’offerta globale e un aumento dei prezzi di oltre il doppio.[2] Ma oggi un simile balzo sembra inconcepibile, dato che sia il Venezuela che l’Iran gestiscono la distribuzione del petrolio in modo completamente diverso dai “produttori legittimi”, condizionati dalle esigenze imposte dalle sanzioni.
Il mercato petrolifero odierno è costituito da due sistemi paralleli. Il primo è trasparente e alimenta la struttura dei prezzi di mercato consolidata. Il secondo opera ai margini e prevede che la produzione proveniente da Russia, Iran e Venezuela venga trasportata utilizzando petroliere “ombra” con strutture proprietarie complesse e venduta ad acquirenti meno esigenti, come Cina e India. È il secondo sistema che ha contribuito ad annullare la volatilità nel mercato principale che ci si sarebbe aspettata da eventi geopolitici drammatici. Qualunque cosa accada in Venezuela o in Iran, le preoccupazioni relative a un arresto totale della produzione in quelle economie sembrano meno probabili rispetto alle prospettive di una legittimazione della produzione e del suo ingresso nel normale sistema commerciale, che sta già dimostrando un eccesso di offerta.
Una maggiore quantità di petrolio legittimo rappresenterebbe una quantità nota e molto probabilmente avrebbe un ulteriore effetto diretto al ribasso sui prezzi ufficiali di riferimento del Brent[3] e del WTI[4].
Per gli investitori odierni, questo contesto può suggerire che non siano necessari adeguamenti immediati del portafoglio. Il vecchio riflesso secondo cui l’instabilità geopolitica si traduce in uno shock petrolifero, che a sua volta si traduce in una più ampia recessione economica e quindi potenzialmente in una correzione del mercato azionario, semplicemente non sembra più applicabile. Basti pensare al rialzo dei mercati nel marzo 2003: quando le forze statunitensi attaccarono Baghdad dopo mesi di preparativi, i prezzi del petrolio calarono e le azioni iniziarono finalmente a riprendersi dal crollo delle dot.com del 2000.
In tre punti, questi vecchi meccanismi di collegamento sembrano aver smesso di funzionare. Il primo e più importante è quello descritto: gli eventi in specifici paesi produttori di petrolio non minacciano più l’approvvigionamento grazie a un sistema parallelo ben consolidato e alla capacità dei produttori marginali legittimi di aumentare rapidamente la produzione in risposta agli aumenti dei prezzi.
Il secondo fattore di distacco è il calo dell’influenza del petrolio sull’economia globale nel contesto dei cambiamenti tecnologici. L’intensità del petrolio è in calo, come dimostra il fatto che il consumo di petrolio oggi rimane ancora al di sotto del trend pre-2019, grazie all’uso di fonti energetiche alternative e all’aumento dell’efficienza. Infine, il petrolio non alimenta più i mercati azionari né direttamente né indirettamente come faceva in passato. Nel 1980, le aziende energetiche rappresentavano quasi un terzo dell’indice S&P 500 (si pensi alla potente Exxon), mentre oggi rappresentano circa il 3%*, la quota più bassa nella storia moderna. Per quanto riguarda la produzione economica, il settore tecnologico dominante oggi è molto abile nel creare nuove tendenze che non dipendono in modo significativo da una forte crescita economica.
In un’epoca di presunta stagnazione economica, l’iPhone di Apple, i social media e ora l’intelligenza artificiale sono riusciti a prosperare. Il discorso sulla “bolla dell’IA” rivela una profonda tendenza a lungo termine: il mercato azionario sta diventando sempre più orientato ai servizi e alla tecnologia.
[1] Nell’ottobre 1979, otto mesi dopo che lo Scià Mohammad Reza Pahlavi era fuggito dalla rivoluzione iraniana, lasciando l’Ayatollah Ruhollah Khomeini tornare dall’esilio in Francia e assumere il potere come leader supremo della neonata Repubblica Islamica il 1° aprile, le tensioni con l’Occidente raggiunsero un punto di svolta decisivo. (Fonte: BBC News, “How Iran fell out with the West”, 17 luglio 2015).
[2] Fonte: Federal Reserve History, “Oil shock of 1978-79,” 22 novembre 2013.
[3]Il Brent è un punto di riferimento fondamentale per i prezzi globali del petrolio. Funge da grado di riferimento per le esportazioni dall’Europa, dall’Africa e dal Medio Oriente destinate ai mercati occidentali ed è ampiamente utilizzato nei contratti internazionali e dagli analisti che monitorano i flussi energetici globali. Anche l’OPEC utilizza il Brent come principale benchmark per i prezzi, conferendogli un’influenza significativa sui prezzi globali del petrolio. Il Brent viene prodotto vicino al mare, il che mantiene i costi di trasporto relativamente bassi. (Fonte: OPEC, US Energy Information Administration: “I vincoli di trasporto e i costi di esportazione ampliano il divario tra i prezzi del petrolio greggio Brent e WTI”, 15 novembre 2017).
[4]Il West Texas Intermediate (WTI) è il greggio di riferimento per il mercato petrolifero statunitense e proviene dai giacimenti petroliferi americani. A differenza del Brent, il WTI viene prodotto in regioni senza sbocco sul mare, il che rende il trasporto più limitato e costoso, un fattore che storicamente ha contribuito al divario di prezzo tra i due benchmark.
*Fonte: Bloomberg, al 12 gennaio 2026.

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