How debased is the dollar? La stampa finanziaria americana e l’analisi della debolezza del biglietto verde
Con il dollaro ai livelli più bassi da quasi quattro anni, il dibattito sul “debasement” della valuta Usa si intensifica tra commentatori e analisti americani, tra cause strutturali e prospettive economiche globali.
Quando si dice che una valuta è debased (letteralmente deprezzato, svalutato, indebolito), si intende che ha perso potere d’acquisto a causa di inflazione persistente o crescita rapida della massa monetaria, spesso per via di politiche monetarie espansive prolungate. In questi casi la fiducia degli investitori è ridotta, il “debasement” è spesso anche psicologico e reputazionale.
Il concetto nasce storicamente dalla “debasement of currency”, quando i sovrani riducevano il contenuto di metallo prezioso nelle monete. Oggi il significato è più ampio e meno letterale.

Cosa è accaduto al dollaro
Negli ultimi mesi il dollaro statunitense ha vissuto una fase di debolezza pronunciata, portando l’indice del dollaro (DXY) ai livelli più bassi dal 2022. Questo fenomeno ha riacceso il dibattito tra economisti, investitori e media finanziari sulla misura in cui il biglietto verde si stia effettivamente “debased” ovvero stia perdendo valore reale rispetto alle altre principali valute mondiali e al suo ruolo storico di moneta di riferimento globale.
Sul finire di gennaio 2026 il dollaro è sceso in modo significativo rispetto a un paniere di valute globali, con il rapporto euro/dollaro che ha toccato quota 1,20 e l’indice DXY sceso sotto i 96 punti, livelli che non si vedevano da quasi quattro anni. Secondo le analisi, la debolezza della valuta Usa riflette, tra gli altri fattori, politica monetaria accomodante, persistenza dei deficit fiscali e aspettative di tagli dei tassi della Federal Reserve, oltre a una certa incertezza politica interna, che ha eroso la fiducia degli investitori.
La visione della stampa finanziaria americana
The Wall Street Journal dedica ampio spazio alle implicazioni di questo trend: nel suo commento più recente il quotidiano sottolinea come il deprezzamento del dollaro non sia solo un riflesso delle dinamiche di mercato, ma anche di fattori strutturali più profondi. Tra questi, citati dagli analisti, figurano i forti deficit pubblici statunitensi, la spinta verso una politica monetaria meno restrittiva e la concorrenza crescente da parte di economie che attraggono capitali e incentivi alla diversificazione nelle riserve valutarie globali. Secondo WSJ, questa debolezza pur facilitando l’export Usa rischia di alimentare pressioni inflazionistiche attraverso l’aumento dei costi delle importazioni e di generare volatilità sui mercati finanziari.
MarketWatch, altro quotidiano finanziario molto seguito negli Stati Uniti, interpreta la discesa del dollaro come un segnale di crescente indecisione degli investitori. Nel suo commento viene evidenziato come la combinazione di tassi potenzialmente inferiori negli Stati Uniti e di un quadro geopolitico incerto abbia spinto gli operatori a ridurre l’esposizione sul biglietto verde. MarketWatch mette in luce che questa debolezza potrebbe tradursi in vantaggi competitivi per le esportazioni statunitensi, ma allo stesso tempo complica la vita ai consumatori americani, per i quali i prezzi dei beni importati diventano più costosi.
Una prospettiva ulteriore arriva da commenti raccolti da Axios, secondo cui la debolezza del dollaro è in parte un prodotto di politiche fiscali e commerciali contraddittorie, con un mix di stimoli all’investimento interno e al contempo minore attrattività della valuta come bene rifugio. In questo contesto, tradizionalmente associato alla stabilità e alla sicurezza, gli investitori sembrano sempre più disponibili a spostare capitali verso beni considerati “più sicuri” o con rendimento percepito più elevato in mercati esteri, come l’oro e alcune valute alternative.
Tra “debasement” reale e relativo
Sebbene nei titoli il termine debased richiami l’idea di svalutazione strutturale, gli analisti della stampa americana pur riconoscendo la forte discesa del dollaro invitano a contestualizzare il fenomeno. Secondo approfondimenti e storici commenti economici, l’indebolimento di una valuta può riflettere cicli macroeconomici, differenti fasi di politica monetaria e spostamenti di portafoglio internazionale, piuttosto che una perdita definitiva della sua funzione di moneta di riserva globale.
In altre parole, un dollaro più debole può essere interpretato come una sopravvenuta rivalutazione relativa delle altre principali valute piuttosto che un crollo del biglietto verde in termini assoluti. Tuttavia, il fatto che l’indice DXY sia sceso così significativamente e che asset tradizionalmente considerati rifugi come l’oro e il franco svizzero siano saliti di valore segnala che i mercati stanno almeno ”ridefinendo” l’equilibrio dei rischi e delle percezioni globali.
Perché interessa i mercati globali
La debolezza del dollaro non è un fenomeno isolato: dato che la valuta statunitense è tuttora la principal reserve currency al mondo e l’unità di denominazione predefinita per gran parte del commercio internazionale, variazioni sostanziali nei suoi livelli di cambio generano impatti su commercio, investimenti, flussi internazionali di capitale e politiche delle banche centrali.
In questo quadro, la stampa finanziaria americana evidenzia come un dollaro più debole possa:
- favorire l’export Usa, migliorando la competitività dei prodotti americani all’estero;
- aumentare i costi delle importazioni, con effetti sull’inflazione domestica;
- spingere gli investitori verso asset rifugio come oro o altre valute forti;
- indurre economie partner a ripensare la diversificazione delle loro riserve valutarie.
Quando gli analisti americani parlano di quanto il dollaro sia “debased”, non si riferiscono soltanto a un calo temporaneo di prezzo sui mercati valutari, ma a un fenomeno più ampio: un ribilanciamento delle dinamiche monetarie globali, con implicazioni per la finanza, il commercio e la politica economica internazionale.
Pur restando un pilastro del sistema finanziario mondiale, la valuta Usa sta affrontando una fase complessa nei confronti di un mondo sempre più integrato e competitivo, dove altri attori monetari e asset alternativi stanno guadagnando terreno.
In ambito economico e finanziario, il termine “debased” (letteralmente deprezzato, svalutato, indebolito) indica la perdita di valore di una valuta, sia in termini reali sia percepiti, rispetto a beni, altre valute o al suo potere d’acquisto nel tempo.
azionale:
- deficit pubblici elevati,
- debito crescente,
- interferenze politiche sulla banca centrale,
- instabilità istituzionale
possono minare la fiducia nel valore futuro della valuta.
“Debased” ≠ semplice svalutazione
È importante distinguere:
- Svalutazione → movimento di mercato o decisione tecnica (es. politica monetaria).
- Debasement → percezione di erosione strutturale del valore, spesso di medio-lungo periodo.
Per questo la stampa finanziaria usa “debased” in modo più forte e critico rispetto a “weaker” o “depreciated”.
Come lo usano i quotidiani finanziari
Nella stampa finanziaria anglosassone (Wall Street Journal, Financial Times, MarketWatch):
- “How debased is the dollar?” non significa che il dollaro stia “crollando”,
- ma che il suo valore reale e la sua credibilità sono sotto pressione rispetto a:
- inflazione,
- politiche fiscali espansive,
- alternative di investimento (oro, franco svizzero, altre valute).
In questo senso, il dollaro può essere più debased oggi di dieci anni fa, pur restando la principale valuta di riserva globale.
In sintesi
👉 “Debased” significa:
una valuta che vale meno, compra meno, e ispira meno fiducia rispetto al passato.
Non implica necessariamente un collasso, ma segnala un indebolimento strutturale che investitori, mercati e banche centrali osservano con attenzione.
Se vuoi, posso anche aiutarti a:
- tradurre “debased” in linguaggio giornalistico italiano (es. “erosione del valore”, “logoramento monetario”),
- oppure confrontare dollaro, euro e franco svizzero sotto questo profilo.

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Mente e denaro
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