7 ottobre 2023, il massacro che ha cambiato Israele, il Medio Oriente e tutto il resto del mondo

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A tre anni dall’attacco di Hamas, la stampa internazionale continua a interrogarsi sul trauma israeliano, sul fallimento della sicurezza e sulle conseguenze della guerra a Gaza

La mattina del 7 ottobre 2023, mentre in Israele si celebrava la festività ebraica di Simchat Torah, miliziani di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi superarono la barriera che circondava la Striscia di Gaza. L’operazione combinò lancio di razzi, incursioni terrestri e attacchi contro basi militari, kibbutz, abitazioni e il festival musicale Nova.

Circa 1.200 persone furono uccise, in maggioranza civili, e 251 vennero condotte in ostaggio a Gaza. Famiglie intere furono massacrate, giovani inseguiti durante il rave e comunità di confine devastate. L’attacco rappresentò la più grave strage di ebrei compiuta in un solo giorno dalla Shoah e produsse in Israele un trauma collettivo destinato a ridefinire sicurezza, politica e rapporti con i palestinesi.

A tre anni di distanza, il punto comune delle principali testate occidentali resta netto: il 7 ottobre fu un massacro terroristico, non un’azione di resistenza contro obiettivi esclusivamente militari. Divergono invece i giudizi su ciò che è seguìto. Ricordare le vittime israeliane senza relativizzarne l’orrore e riconoscere, nello stesso tempo, la tragedia dei civili palestinesi è la condizione necessaria per sottrarre la memoria alla propaganda e restituirla alla storia.

Le opinioni dei principali quotidiani internazionali

Il Guardian, nel suo editoriale dell’8 ottobre, parlò di una «furia omicida, sconvolgente e orribile», sottolineando come le modalità dell’offensiva avessero aperto un capitolo nuovo e potenzialmente catastrofico del conflitto. Il giornale britannico osservò che le conseguenze non avrebbero riguardato soltanto israeliani e palestinesi, ma l’intero Medio Oriente.

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Per Le Monde, tutto negli atti terroristici commessi quel giorno costituiva «un terremoto nella storia del conflitto israelo-palestinese». Il quotidiano francese mise in rilievo il carattere indiscriminato delle violenze e il crollo dell’illusione secondo cui la questione palestinese potesse essere contenuta indefinitamente attraverso barriere, tecnologia e controllo militare.

Il Financial Times definì il 7 ottobre «il giorno più buio di Israele». Oltre alla brutalità dell’attacco, il quotidiano finanziario evidenziò «un impressionante fallimento dell’intelligence»: Hamas era riuscita a sorprendere uno degli apparati di sicurezza più avanzati al mondo, demolendo l’immagine di invulnerabilità costruita dallo Stato ebraico. Anche il Wall Street Journal mise al centro la perdita dell’“aura di invincibilità” israeliana e gli errori nella prevenzione dell’offensiva.

La Süddeutsche Zeitung interpretò immediatamente l’attacco attraverso la memoria della guerra del Kippur del 1973: cinquant’anni dopo, Israele era stato nuovamente colto di sorpresa. In una successiva riflessione, il quotidiano tedesco ha definito il 7 ottobre «il giorno in cui caddero tutte le inibizioni», osservando però che il trauma è stato poi utilizzato dal governo israeliano per giustificare una guerra sempre più distruttiva.

Negli Stati Uniti il Washington Post parlò inizialmente del «più grande atto di terrorismo mai compiuto contro lo Stato ebraico». Due anni dopo, il suo comitato editoriale ha sintetizzato il paradosso generato dalla risposta militare: «Mai Israele è apparso più potente — o più isolato». L’esercito israeliano ha indebolito Hamas e colpito Hezbollah e l’Iran, ma la devastazione di Gaza ha compromesso gravemente la reputazione internazionale del Paese.

Proprio qui si concentra oggi la frattura nei commenti internazionali.

L’Observer ha ribadito che «Israele ha diritto a difendersi, ma non sui corpi di migliaia di civili». Le Monde ha condannato sia il massacro di Hamas sia la trasformazione della risposta israeliana in una punizione collettiva, sostenendo insieme il diritto all’esistenza di Israele e quello dei palestinesi a uno Stato.

Anche El País ha descritto un Israele profondamente trasformato: ancora vittima dell’orrore del 7 ottobre, ma divenuto, nella guerra successiva, anche responsabile di sofferenze enormi inflitte alla popolazione palestinese. È una contraddizione che non attenua la responsabilità di Hamas, ma impedisce di considerare ogni scelta militare israeliana automaticamente legittima.

Il 7 ottobre visto oggi dai quotidiani italiani

Nei commenti pubblicati oggi, 7 ottobre 2026, ricorrono tre interpretazioni principali: la persistenza del trauma israeliano, le responsabilità politiche e militari che resero possibile l’attacco e il giudizio sulla guerra condotta successivamente da Benjamin Netanyahu.

Il Corriere della Sera parla del «7 ottobre eterno». Gianluca Mercuri riprende le parole dello scrittore israeliano Etgar Keret, secondo il quale gli ultimi tre anni sono stati «una forma atroce e lenta di tortura»: israeliani e palestinesi continuano a rivivere un giorno «che si rifiuta di finire». Il massacro, i circa 1.200 morti e i 251 rapimenti restano una ferita aperta e condizionano anche le elezioni israeliane, trasformate in un referendum sulla responsabilità politica di Netanyahu.

Repubblica concentra invece l’attenzione sugli allarmi ignorati. Fabio Tonacci descrive il 7 ottobre come «il fallimento di un intero sistema»: governo, vertici militari e servizi segreti rimasero prigionieri della konseptzia, la convinzione che Hamas volesse conservare il potere a Gaza senza cercare uno scontro diretto. Piani d’attacco, esercitazioni, segnalazioni straniere e movimenti sospetti furono ricondotti alla normale attività del movimento. Il quotidiano attribuisce le responsabilità alle istituzioni coinvolte, «a cominciare da Netanyahu», ma respinge la teoria complottista secondo cui il premier avrebbe deliberatamente lasciato avvenire la strage.

Sulla Stampa, Anna Foa definisce il massacro «un episodio mostruoso di crudeltà esibita», concepito anche per provocare la più violenta reazione israeliana. Proprio per questo, sostiene, non può essere qualificato come un legittimo atto di resistenza. Il commento è però severissimo verso il governo: dal trauma si sarebbe passati alla vendetta, alla distruzione di Gaza e a una politica fondata sulla «legge del più forte», mentre l’espansione dei coloni in Cisgiordania aggrava l’isolamento internazionale di Israele.

Il Foglio, con l’editoriale del direttore Claudio Cerasa, denuncia invece la progressiva rimozione del pogrom e lo «sdoganamento della caccia all’ebreo». La tesi è che, dopo le iniziali manifestazioni di solidarietà, si sia prodotta una pericolosa inversione morale: «l’aggredito diventa aggressore» e l’aggressore viene rappresentato come vittima. Il giornale collega questa dinamica alla crescita dell’antisemitismo, ai boicottaggi culturali e alla tendenza a ridimensionare il 7 ottobre attraverso il giudizio sulla guerra di Gaza.

Una posizione analoga, formulata con toni ancora più netti, emerge dal Tempo. Daniele Capezzone rifiuta i «però» aggiunti alla condanna e sostiene che definire l’accaduto semplicemente un attacco significhi attenuarne la natura: «È stato un pogrom». Secondo il quotidiano, una parte dell’Occidente avrebbe sostituito troppo rapidamente la solidarietà con l’equidistanza, favorendo minimizzazioni e nuove manifestazioni antisemite.

Domani e Avvenire guardano soprattutto alla richiesta di verità proveniente dalle famiglie. Il primo descrive la «giustizia negata» e la rabbia contro Netanyahu, ricordando la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente. Il secondo dà voce ai parenti delle vittime, che affermano: «Conosciamo i fatti nel dettaglio; quello che ancora non sappiamo è come sia potuto accadere».

Strisciarossa.it in un articolo a firma Alessandra Filippi commenta «Il 7 ottobre non è soltanto un trauma. È diventato una frattura permanente che non può essere ricomposta perché deve continuare a produrre paura, eccezione, consenso e soprattutto immunità. Fra l’altro, Israele arriva a questo terzo anniversario nel pieno di una campagna elettorale. Il 27 ottobre si voterà per la prima volta dopo l’attacco di Hamas. Netanyahu si presenta per l’ennesima volta come il garante ultimo della sicurezza israeliana. Una contraddizione difficile da ignorare, visto che il più grave fallimento della sicurezza dello Stato si è verificato proprio sotto il suo naso». E conclude «L’Europa ha approvato ventuno pacchetti di sanzioni contro la Russia e zero contro Israele, nonostante Gaza e la sempre più feroce e sfacciata pulizia etnica in corso in Cisgiordania. Una sproporzione politica che crea un pericoloso precedente».

La stampa italiana converge dunque sulla condanna senza riserve di Hamas, ma si divide sul rapporto fra memoria e guerra.

Per alcune testate criticare la risposta di Israele non deve cancellare il pogrom; per altre ricordare il pogrom non può impedire di giudicare le scelte di Netanyahu. Un punto, tuttavia, accomuna quasi tutte le letture: dopo tre anni manca ancora un accertamento pienamente indipendente delle responsabilità politiche, militari e di intelligence che lasciarono Israele indifeso il 7 ottobre 2023.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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