Umberto Bordoni e il suo libro di poesie in milanese… ADÈSS DISI LA MIA
Versi, ricordi e… stoccate in milanese con traduzione italiana a fronte
Anzitutto, durante l’intervista ho tenuto a ipotizzare un percorso che potesse collegare il ritratto personale di Umberto Bordoni alla nascita del libro e alla scelta della lingua milanese. Mi venivano in mente molte domande, dall’origine dei testi, alle motivazioni che portano un noto medico a dedicare il suo tempo libero all’arte vernacolare.
Partire dalle mani per arrivare al cuore
Sono le mani, spesso protagoniste nella sua vita e nella sua poesia, a raccontare il medico e chirurgo, ma anche gli affetti e il gusto del fare. Il ricorso ai suoni milanesi introduce lo spirito del libro: ricordi, tenerezza, ironia e… stoccate, perché in poesia un po’ di ironia non fa mai male.

Per una vita Umberto Bordoni ha usato le mani per curare, coltivare e prendersi cura dei suoi affetti. Il figlio Michele lo descrive come un «artigiano della medicina», un uomo curioso, che ama capire come funzionano le cose e dare forma alle idee. Questa testimonianza mi offre uno spunto per chiedere se la stessa attenzione al fare nella vita professionale si ritrovi anche nel lavoro sui versi. È una chiave da esplorare con l’autore, e ci ho provato nel corso di questa intervista.
(a destra Umberto Bordoni, in versione… agreste)
Intervista a Umberto Bordoni
Parliamo del libro “ADÈSS DISI LA MIA” e di come questa capacità di dare forma alle cose incontri la poesia milanese. Istintivamente, da milanese come me (ricordatevi che mi chiamo Brambilla…) passiamo subito al tu.
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Perché hai avuto voglia di scrivere un libro? Scrivere non piace a tutti: spesso, quando si chiede a qualcuno di mettere qualcosa per iscritto, arriva lo «spavento del foglio bianco».
Umberto Bordoni: Quelle cose le avevo scritte già da tempo, sui quaderni. Due anni fa mio nipote mi ha regalato Intervista al nonno: c’erano delle domande e io rispondevo scrivendo. Mi è piaciuto perché ne è venuto fuori un bel prodotto. Ho inserito fotografie, ricordi di mio padre, la lira, le due lire, cose che oggi quasi non si conoscono più. Mio figlio poi mi ha aiutato a sistemarlo e l’ho regalato a mio nipote.
Da lì ho continuato a scrivere quando mi capitava. D’altra parte, anche nella professione medica ho sempre scritto molto: relazioni, cartelle cliniche, descrizioni degli interventi. Scrivere faceva parte del mio lavoro.
Che legame c’è tra la tua vita di medico, i pazienti che hai incontrato e le poesie che hai scritto? Sono testi recenti oppure attraversano tutta la tua vita?
Umberto Bordoni: Non credo ci sia un legame diretto con i pazienti. Può esserci uno stimolo che nasce dall’ambiente, ma non sono tutte poesie di argomento sanitario. È qualcosa che poi elaboro io.
Sono una persona curiosa, mi piace capire come funzionano le cose. Ho studiato astronomia, ho osservato le stelle e i pianeti con il telescopio, ho dipinto, sono andato a scuola di pittura, ho restaurato mobili, scolpito il legno e in campagna faccio anche il muratore. Mi piace fare, capire e creare.
In questo senso le mani diventano importanti: sono le mani del medico, ma anche quelle che creano. Nel tuo testo sulle mani dici proprio di ringraziare il Signore per averti dato le mani. Quanto ti rappresenta?
Umberto Bordoni: Molto. Ho scritto: «Ringrazio il Signore che mi ha dato le mani». Mio nipote, quando ha letto quel testo, mi ha detto: «È bellissimo». Le mani per me rappresentano davvero il fare.
Dalle mani del chirurgo a quelle che scrivono: qual è il collegamento fra la poesia e il paziente?
Umberto Bordoni: Penso che possa esserci uno stimolo che viene dall’ambiente, ma non c’è un legame stretto. Non tutte le poesie nascono dall’ambiente sanitario. Poi è qualcosa che elaboro io.
Perché hai scelto di scrivere in milanese?
Umberto Bordoni: Perché certe cose, in milanese, assumono un’atmosfera decisamente più umana rispetto alla lingua italiana. Almeno per me è così. Se alcune cose le leggi soltanto in italiano, qualche volta possono sembrare persino banali. In milanese acquistano un sentimento diverso.
Nel libro c’è un’alternanza fra tenerezza, ironia e vere e proprie stoccate. Come nasce?
Umberto Bordoni: Fa parte del mio carattere. Io posso arrabbiarmi, essere molto diretto, ma poi mi passa. Anche nel lavoro ero così. In ospedale un’infermiera mi disse: «Dottore, lei mi terrorizzava, perché durante il giro mi interrogava e io non sapevo mai cosa rispondere». Però ho sempre avuto un rapporto molto forte con le persone con cui lavoravo. Ancora oggi siamo in contatto: infermieri e medici del reparto continuano a sentirsi e a incontrarsi. Una volta uno di loro mi ha scritto: «Io sono così perché mi hai fatto tu». È una cosa molto piacevole.
Che cosa resta, secondo te, al lettore dopo aver letto il tuo libro?
Umberto Bordoni: Dipende molto dall’occhio con cui lo legge. C’è chi lo sta leggendo e ogni volta mi dice: «Che bello questo, che bello quello». Un’altra persona potrebbe invece trovare soltanto cose da criticare. Dipende molto dallo spirito con cui ci si avvicina al libro.
Ma tu che cosa vorresti che i lettori portassero con sé dopo averlo letto?
Umberto Bordoni: Una bella serenità di spirito. E magari la consapevolezza che l’umanità è fondamentalmente amica, che ci si può voler bene.
Come nascono concretamente le tue poesie?
Umberto Bordoni: Io vado a letto presto e leggo molto: libri di autori iraniani, indiani, libri di viaggio. Si impara tantissimo. A volte incontro due parole che hanno un’assonanza particolare e comincio a pensarci in milanese. La poesia nasce in milanese, non nasce in italiano per poi essere tradotta.
Tengo sempre una matita sul comodino. Se mi viene un’idea la scrivo sull’ultima pagina del libro che sto leggendo, perché altrimenti la mattina dopo non me la ricordo più.
Anch’io faccio così! Ora dimmi, nel tuo modo di vedere la medicina è cambiato qualcosa rispetto a quando esercitavi?
Umberto Bordoni: Una cosa che noto è che oggi molti medici rimangono seduti alla scrivania: copiano, tagliano, stampano. Ma devono alzarsi e mettere le mani sul paziente. Bisogna visitarlo. Non ci sono soltanto gli esami strumentali. Io, essendo urologo e chirurgo, ho sempre dato grande importanza all’esame diretto del paziente.
Grazie per avermi rilasciato questa intevista, avevo già letto il tuo libro di poesie in questi giorni, ma questo incontro mi ha permesso di capire tante sfumature che mi erano sfuggite.

Qui il link ad AMAZON che ha pubblicato il libro
“ADÈSS DISI LA MIA” sembra proprio una presa d’atto del valore della propria vita
Leggere un libro e parlarne poi con l’autore è sempre un’esperienza gratificante. Ma parlare di poesie con un autore è ancora più stimolante e immaginifico. Non si tratta più di trovarsi davanti a razionalità e parole dal significato univoco, come può verificarsi con un saggio o un romanzo: si entra improvvisamente nel mondo dei sentimenti e dei ricordi e ci si avvicina alla persona come se la si conoscesse da sempre, con sfumature che solo l’anima riesce a percepire e a interpretare.

Questo è proprio quello che ho provato con Umbetro Bordoni. Suo figlio lo descrive come un «artigiano della medicina», un uomo che vuole capire, aggiustare e creare. Credo proprio che questo modo di essere passi intatto anche nei suoi versi. E la milanesità che traspare si trasferisce senza difficoltà anche alla traduzione italiana a fronte. Non sarebbe la stessa cosa se fosse il contrario, se il pensiero nascesse in italiano e fosse poi trasposto sulla carta nel parlare meneghino. Così invece il sentimento è spontaneo, mai banale, sempre capace di stimolare il sorriso o invitare a condividere la canzonatura: ricordiamoci che spesso esce un po’ di satira nei versi di Umberto, ma non sono mai male parole, è piuttosto un approccio goliardico e talvolta… un po’ osé. Ma la lingua milanese tutto aggiusta e rende gradevole.
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