Donald Musk vs Elon Trump

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I mercati, che si erano infervorati all’inizio di novembre per l’elezione di Donald Musk, iniziano ora a considerare più seriamente i rischi associati a Elon Trump. Dal 16 dicembre, l’indice azionario statunitense S&P500 ha perso più del 3% (al 2 gennaio 2025).  Dopo un’impennata di oltre l’80% tra le elezioni presidenziali e il 16 dicembre, il titolo Tesla arretra del 18%.

Il risveglio dall’euforia non va attribuito ai soli timori per la politica economica del futuro Presidente, è originato dall’atteggiamento meno accomodante della banca centrale statunitense che ha tagliato il tasso di riferimento di 25 punti base durante la riunione del 18 dicembre, accompagnando questo suo gesto con un discorso prudente sui futuri tagli dei tassi. Stando alle proiezioni del Consiglio dei governatori, ne rimarrebbero due soltanto da qui alla fine del 2025. Lungi dal fornire la prospettiva di una rapida normalizzazione del tasso di riferimento verso l’obiettivo di lungo termine, la Federal Reserve lo vede attestarsi intorno al 3,9% a fine 2025, anche perché l’inflazione in corso d’anno dovrebbe essere più alta di quanto auspicato nella riunione di settembre. I mercati non potevano non avere una reazione negativa.

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Ma perché una proiezione più alta per l’inflazione? A dire il vero, i dati recenti non fanno pensare a un’inflazione particolarmente penalizzante nel 2025. Al contrario, sono diversi i fattori che dovrebbero contribuire a moderare l’inflazione, in particolare la tregua dei prezzi nel settore immobiliare, la distensione progressiva del mercato del lavoro oppure l’attuale moderazione – che dovrebbe durare – del prezzo del petrolio. È quindi lecito supporre che questa revisione sfavorevole delle aspettative di inflazione provenga, in parte almeno, da ipotesi sulla futura politica economica del prossimo Presidente. A capo della Fed, Jerome Powell si difende da ogni speculazione al riguardo anche se il solo fatto che il programma del Presidente contempli un rischio di rialzo dell’inflazione non può non intromettersi nelle aspettative in materia di politica monetaria. In questo modo, una delle conseguenze preoccupanti del programma di Trump può impensierire il mercato.

Altri aspetti oscuri del potere di Trump possono aver contribuito allo svanire dell’euforia sui mercati, tra cui gli screzi profondi e ormai palesi che dividono lo schieramento presidenziale e fanno presagire una grande instabilità politica. Il primo episodio di forte tensione nel campo repubblicano è stato il rifiuto, il 19 dicembre, da parte della Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana, di un progetto di bilancio presentato da Trump ed esplicitamente teleguidato da Musk. Questo rifiuto ha portato il Paese sull’orlo di uno shutdown del governo federale. Certo, una versione modificata è stata adottata in extremis a costo di importanti concessioni sugli aspetti più “muskiani” del bilancio anche se questo non ha impedito la spaccatura del partito, come è successo, sulla questione dell’immigrazione. Alcuni sostenitori di Trump hanno chiesto di vietare l’uso dei visti H-1B, destinati ad agevolare l’immigrazione di stranieri che vantano rare competenze professionali. Una iniziativa, questa, che ha scatenato le ire di Elon Musk che si è detto pronto ad andare in guerra per difendere l’uso di questi visti, vitali per l’economia dell’innovazione, mentre Steve Bannon, storico trumpiano appena uscito di prigione, ha esortato Elon Musk a “rimanere in fondo all’aula e a sedersi” fino a quando non avrà correttamente assimilato il trumpismo.

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Questi dissensi profondi potrebbero protrarsi finché Trump cercherà di destreggiarsi tra gli interessi dei miliardari della Silicon Valley e dei redneck del Midwest. Il voto su misure cruciali, in particolare sul bilancio, potrebbe quindi concludersi con un nulla di fatto, che il mercato non potrà non punire. Attenzione agli scontri parlamentari a bordo della Tesla trumpiana!

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