Ministro Lollobrigida sui dazi: “Alcuni prodotti nostri non sono replicabili negli Stati Uniti. Pensiamo all’olio di oliva o al pecorino, che …”

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Mah, speriamo che il Ministro abbia dei dati più completi dei nostri sul futuro di olio d’oliva e pecorino, ma certo non tutti i settori dell’agroalimentare avranno previsioni confortanti, dopo l’imposizione dei dazi. E spesso i problemi sono altri, non solo il prezzo.

Formaggi italiani DOP contro “Made in USA”

Il fronte dei conflitti commerciali tra Stati Uniti e Italia: Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino sotto attacco tra imitazioni locali e battaglie sul naming
Nel panorama delle relazioni commerciali transatlantiche, uno dei fronti più accesi è quello dei formaggi a pasta dura. In particolare, Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino DOP si trovano da anni al centro di un conflitto che, più che sulle esportazioni, si gioca sull’uso delle denominazioni protette e sulla concorrenza dei prodotti “analoghi” statunitensi.
Il cuore del problema è semplice quanto cruciale: negli Stati Uniti il concetto europeo di Denominazione d’Origine Protetta (DOP) non ha valore legale. Di conseguenza, “Parmesan”, “Romano” e persino “Asiago” possono essere legalmente prodotti e venduti da caseifici americani, anche se non hanno nulla a che fare con le aree di origine in Italia. Ci mancavano solo i dazi.

Secondo un report 2023 del Consorzio del Parmigiano Reggiano, negli USA oltre il 90% del “Parmesan” venduto non è italiano, ma prodotto localmente, spesso in Wisconsin o California, con standard qualitativi molto diversi. La stessa dinamica riguarda il Pecorino Romano, che negli USA è spesso rimpiazzato da un “Romano cheese” realizzato con latte vaccino anziché ovino.

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Il business dei formaggi “Made in USA”

I produttori statunitensi – supportati da potenti lobby agroalimentari – difendono il diritto a usare queste denominazioni come “nomi generici”, al pari di “mozzarella” o “brie”. In particolare, il Consorzio per il Common Food Names (CCFN) sostiene che vietare l’uso di parole come “Parmesan” o “Romano” equivale a una restrizione della libertà commerciale.

Un documento del 2024 della U.S. Dairy Export Council evidenzia come il mercato americano dei “Parmesan-style cheeses” valga oltre 1,2 miliardi di dollari l’anno, con margini elevati grazie alla standardizzazione industriale e ai bassi costi di produzione. In confronto, l’export italiano di Parmigiano Reggiano negli USA pur in crescita vale circa 180 milioni di euro annui.

Gli scontri nei negoziati UE-USA e le pressioni sui dazi

Le denominazioni DOP italiane sono diventate moneta di scambio nei negoziati commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti. Ogni trattativa su dazi o accesso ai mercati agricoli si scontra con il muro americano della “genericizzazione”. Durante i colloqui sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, poi naufragato), proprio l’uso dei nomi protetti è stato uno dei principali punti di rottura.

Nel 2020, l’amministrazione Trump aveva già inserito dazi punitivi su diversi prodotti agroalimentari europei, tra cui i formaggi DOP, in risposta alle dispute su Airbus e Boeing. Anche se successivamente l’amministrazione Biden ha congelato molte di queste misure, l’imposizione di nuovi dazi resta determinante, con un’America sempre più protezionista e orientata al “Buy American”.

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Le reazioni italiane e le strategie di tutela

I Consorzi di tutela del Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino Romano hanno intensificato le attività legali e diplomatiche per difendere le denominazioni. Uno dei casi più noti è quello dell’uso del termine “Parmesan” in Canada, dove l’UE è riuscita a limitarne l’uso a prodotti già presenti sul mercato prima del CETA (l’accordo commerciale tra UE e Canada), vietandone però l’adozione da nuovi produttori.

Nel frattempo, cresce la richiesta all’UE di rafforzare le clausole di protezione nei nuovi accordi commerciali, come quello in discussione con il Mercosur o quello con l’Australia, dove il rischio “fake DOP” è altrettanto diffuso.

Educazione e marketing: la nuova arma dei consorzi

Accanto alla via diplomatica, i consorzi stanno investendo sempre di più in campagne di sensibilizzazione rivolte ai consumatori americani. Il Parmigiano Reggiano, ad esempio, ha lanciato nel 2024 una campagna negli USA basata sulla tracciabilità tramite microchip, che permette di distinguere il formaggio originale da ogni imitazione.

L’obiettivo è creare consapevolezza: comprare “Parmesan” non è lo stesso che acquistare Parmigiano Reggiano DOP, così come il “Romano cheese” americano non ha nulla a che vedere con la tradizione sarda o laziale.

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Il caso dei formaggi a pasta dura non è solo una disputa commerciale, ma un simbolo di due modelli agricoli e culturali che si confrontano. Da un lato, l’Europa punta su qualità, origine e identità territoriale. Dall’altro, gli Stati Uniti valorizzano l’efficienza produttiva, l’adattabilità e la libertà commerciale. In questo clima molto combattivo, costringere i produttori italiani a battersi con una “mano legata” dai dazi non può che peggiorare sensibilmente la situazione.

In gioco non c’è solo il futuro di tre grandi eccellenze italiane, ma il significato stesso di “Made in…” e il diritto dei consumatori americani a sapere cosa stanno mangiando.

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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