Dazi USA, il costo reale ricade sugli americani: lo studio del Kiel Institute che smonta la narrativa di Trump

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Donald Trump non ha mai fatto mistero della sua avversione per il linguaggio politicamente corretto. Non sorprende quindi che anche la sua politica economica simbolo, i dazi, sia spesso raccontata in modo fuorviante: non colpiscono “loro”, i Paesi stranieri, ma finiscono per gravare in larga parte sugli Stati Uniti stessi.

Euractiv ricorda che già quasi 250 anni fa Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro americano, affermava che i dazi sono imposte pagate dalle imprese domestiche sui beni importati. Ne consegue che a sostenerne il peso siano soprattutto le aziende  e i consumatori  statunitensi. Eppure, nel racconto mediatico, le tariffe vengono ancora descritte come uno strumento che “punisce” i produttori esteri.

Chi paga veramente i dazi

La realtà è più complessa. È vero che i dazi sono versati dagli importatori americani, ma una parte del costo può essere assorbita indirettamente dagli esportatori stranieri, attraverso una riduzione dei prezzi pre-dazio. Inoltre, le imprese estere possono subire effetti indiretti: calo delle esportazioni verso il Paese che impone le tariffe, oscillazioni valutarie e deviazioni dei flussi commerciali verso mercati alternativi.

Finora, tuttavia, mancavano dati su chi avesse effettivamente sostenuto il costo delle tariffe imposte da Trump. Ora abbiamo una risposta, lo studio pubblicato dal Kiel Institute for the World Economy, un think-tank economico con sede in Germania. Il report si intitola America’s Own Goal: Who Pays the Tariffs? e analizza oltre 25 milioni di registrazioni di spedizioni per quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni tra gennaio 2024 e novembre 2025. La conclusione è netta: i dazi sono stati un vero e proprio “autogol”.

Secondo lo studio, il 96% dell’onere delle tariffe è ricaduto su consumatori e importatori americani, mentre solo il 4% è stato assorbito dagli esportatori esteri. Ciò significa che i circa 200 miliardi di dollari di maggiori entrate doganali raccolti lo scorso anno non rappresentano risorse pagate dall’estero, ma denaro sottratto all’economia domestica.

A questo si aggiungono i costi indiretti legati alla frammentazione delle catene di approvvigionamento e ai cambiamenti forzati nei comportamenti di consumo. Perdite che, come sottolinea il rapporto, si traducono in “deadweight losses”, sprechi economici puri che non generano benefici compensativi.

In sintesi, le tariffe non hanno creato l’ambiente protetto promesso per le imprese statunitensi, confermando invece i loro effetti distorsivi sull’economia.

Le ripercussioni sull’Europa

Il fatto che i dazi americani si rivelino un danno auto-inflitto non assolve però l’Unione europea dalla responsabilità di una risposta debole alle più recenti minacce tariffarie di Washington. La mancata reazione a pressioni esplicite come quelle legate alla Groenlandia rischia di rafforzare una strategia negoziale aggressiva destinata a protrarsi nel tempo. Va comunque riconosciuto che le tariffe hanno colpito anche gli esportatori europei. L’instabilità politica americana ha spinto molti investitori a ridurre l’esposizione in dollari, contribuendo a un indebolimento della valuta statunitense e penalizzando la competitività europea sul mercato USA.

Un esito paradossale: i dazi avrebbero dovuto rafforzare il dollaro riducendo la domanda di valute estere, mentre ne hanno accelerato la perdita di appeal. Un segnale, per i mercati, di una crescente diffidenza verso l’economia americana, esattamente l’opposto dell’obiettivo dichiarato dall’amministrazione Trump.

La stampa finanziaria internazionale

Il Wall Street Journal sottolinea che la conclusione dello studio del Kiel Institute – che attribuisce il 96% dell’onere dei dazi a consumatori e imprese americane – contraddice direttamente le affermazioni della Casa Bianca secondo cui “gli stranieri pagano i dazi”. Secondo il quotidiano finanziario, questa evidenza statistica potrebbe indebolire il discorso politico pro-tariffe e influenzare i mercati e le relazioni commerciali più ampie, soprattutto nel contesto di tensioni con l’Europa.

Bloomberg riporta i principali risultati dello studio evidenziando che solo circa il 4% del costo delle tariffe è stato assorbito dagli esportatori esteri, mentre il resto è stato traslato quasi completamente sui prezzi pagati dai compratori statunitensi. Gli analisti citati da Bloomberg notano che ciò è coerente con un pass-through pressoché totale delle tariffe sui prezzi d’importazione, con ripercussioni sulla spesa delle famiglie e sugli equilibri commerciali.

La rivista Time ha ripreso lo studio osservando che, nella pratica, le tariffe agiscono più come una forma di tassa sui consumatori americani che come uno strumento che trasferisce ricchezza dagli stranieri agli Stati Uniti. Il reportage evidenzia come le entrate doganali incrementate – circa 200 miliardi di dollari nel 2025 – derivino principalmente da aumenti di prezzo mossi a valle lungo la catena distributiva, con effetti su inflazione e potere d’acquisto.