INVESCO: “Maracaibo – Mare forza Nove” … non è solo una suggestione musicale

Daniel Zanin -

A cura di Daniel Zanin, CFA – Senior Analyst, Investment Research, Invesco

È passato da poco Capodanno. I cenoni sono finiti, i brindisi archiviati, ma nella nostra testa, come ogni anno, continua a riecheggiare un ritornello che ha accompagnato i festeggiamenti fino a tarda notte:

“Maracaibo,
mare forza nove,
fuggire sì ma dove?
za’ za’”

Dal 1981, anno di pubblicazione della canzone, dopo il dolce, in tante case, qualcuno prende il controllo della musica, la playlist smette di essere sofisticata e si inizia a ballare. Conversazioni interrotte, sedie che si spostano, mani che battono il tempo. Parte Maracaibo. Non serve ascoltarne davvero il testo: basta il ritornello. Promette evasione, leggerezza, un altrove caldo e lontano, proprio quando l’inverno ci appare più grigio.

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Maracaibo non è solo una suggestione musicale. È una città reale, affacciata su un enorme lago — il più grande del Sud America — collegato al Mar dei Caraibi da uno stretto canale, nel nord-ovest del Venezuela, vicino al confine con la Colombia. Una distesa piatta e torrida, modellata dal vento e dal petrolio. Attorno a quel lago, sotto quelle acque, si è costruita per decenni una parte fondamentale della ricchezza venezuelana. Un luogo fisico e strategico, molto più di una semplice metafora sonora.

Maracaibo, racconta in fondo una storia semplice: una passione intensa, ambientata in un luogo che amplifica il desiderio, e che proprio per questo finisce nel tradimento. La musica continua, il ritmo resta coinvolgente, ma qualcosa si rompe. A pensarci bene, una dinamica simile a quello che, in questi giorni, stiamo osservando sui mercati finanziari.

Con la cattura da parte degli Stati Uniti del Presidente Venezuelano Maduro, il Paese è tornato sotto i riflettori degli investitori. I bond venezuelani, sia sovrani sia legati a PDVSA (Petroleos de Venezuela, S.A.), hanno registrato movimenti decisi dopo anni di incertezza e prezzi a ribasso. Titoli considerati per lungo tempo “non investibili” hanno visto un recupero significativo, accompagnato da un ritorno di volumi ed un interesse di investitori specializzati in debito “distressed”. L’economia non è improvvisamente guarita, ma è cambiata la narrazione. Proprio come nella canzone, il contesto torna improvvisamente seducente.

Chi compra oggi debito venezuelano non compra crescita strutturale, né stabilità macroeconomica. Compra un’ipotesi. Compra l’idea che un cambiamento politico, un allentamento delle sanzioni o una normalizzazione graduale possano aumentare il valore di recupero di quei bond rispetto ai livelli depressi del passato. È una scommessa sulla possibilità che la musica riparta, che il ritornello torni a suonare familiare “za’-za’”.

La stessa dinamica si è vista anche sul fronte azionario. Negli stessi giorni, la borsa di Caracas ha registrato movimenti rialzisti significativi, con movimenti a doppia cifra in poche sedute. Un mercato storicamente illiquido, isolato e poco rappresentativo dei flussi globali ha reagito in modo amplificato a segnali geopolitici interpretati come potenziali catalizzatori di cambiamento. È il comportamento tipico dei mercati domestici più fragili: poche notizie, molta emozione, reazioni estreme. Anche qui, più aspettative che fondamentali.

Il Venezuela resta, sulla carta, una promessa. Possiede le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, circa il 18% del totale globale. Una dotazione che, unita a una posizione geografica strategica tra Caraibi, Stati Uniti e America Latina, alimenta da sempre l’idea di un potenziale ritorno nei flussi economici internazionali. Proprio come Maracaibo nella canzone, è un’ambientazione che fa sognare. Ma l’ambientazione, da sola, non fa la storia.

La realtà operativa racconta altro. La produzione petrolifera, che negli anni ’90 superava i 3,4 milioni di barili al giorno, oggi oscilla intorno ai 900 mila barili giornalieri, meno di un terzo dei livelli storici e una frazione minima rispetto alle riserve disponibili. Un crollo figlio di anni di sotto-investimenti, infrastrutture deteriorate, impianti obsoleti e una filiera produttiva sempre più fragile, fortemente dipendente da input esterni per trattare greggi extra-pesanti. A questo si aggiunge la dispersione del capitale umano, con tecnici, ingegneri e competenze chiave emigrati all’estero nel corso dell’ultimo decennio.

Anche nello scenario più costruttivo — normalizzazione politica, allentamento delle sanzioni, ritorno graduale degli investimenti — servirebbero anni e decine di miliardi di dollari per ricostruire ciò che è stato perso. Non settimane di entusiasmo di mercato, non un ritornello che riparte all’improvviso. Perché, come nella canzone, il ritmo può anche tornare coinvolgente, ma trasformare una promessa in una storia sostenibile richiede molto più di una buona melodia.

Il rally dei bond e i movimenti della borsa di Caracas non sono una dichiarazione d’amore, ma un flirt. Un momento di attrazione intensa alimentato dalla speranza che “questa volta sia diverso”. È la stessa logica che rende Maracaibo un successo eterno: poche parole, un ritmo contagioso, la sensazione che tutto possa funzionare senza domande sul finale. Ballare Maracaibo, da generazioni, è un gesto leggero, spensierato. Oggi, però, investire sul Venezuela non lo è affatto. L’abbondanza, la speranza ed il fascino dell’esotico lasciano sospesa la domanda più importante, mentre il ritornello sfuma: gli investitori verranno traditi, oppure Maracaibo manterrà le sue promesse?

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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