Crisi Stellantis e “l’effetto Lamborghini”: quando l’elettrico inciampa

Flavio Siano - Contributor - Esperto economia e finanza -


La “confessione” di Antonio Filosa, CEO di Stellantis, secondo cui l’azienda aveva “sopravvalutato il ritmo della transizione energetica”, ha avuto effetti immediati sui mercati finanziari. Il titolo ha perso terreno nei giorni successivi all’annuncio, riflettendo la frustrazione degli investitori nei confronti di una strategia che fino a poco tempo fa veniva considerata un vantaggio competitivo.


Marzo si apre con una scossa poderosa nel mondo dell’industria automobilistica: Stellantis, uno dei maggiori costruttori globali di auto, ha chiuso l’esercizio 2025 con una perdita netta di 22,3 miliardi di euro, segnando una delle peggiori prestazioni finanziarie della sua storia recente. La causa principale è riconducibile a una revisione drastica della strategia sui veicoli elettrici (EV), con oneri straordinari per oltre 25 miliardi di euro e la cancellazione di diversi modelli EV in sviluppo.


Perché Stellantis ha dovuto fare marcia indietro

Per comprendere la portata del fenomeno, è utile analizzare le ragioni profonde che hanno spinto Stellantis a rivedere un piano industriale fino a pochi mesi fa considerato all’avanguardia.

Domanda EV inferiore alle attese: a convinzione che il mercato fosse pronto a un’adozione massiccia di veicoli elettrici si è rivelata una illusione strategica. La domanda globale di EV — soprattutto nei segmenti di massa e in alcune aree geografiche — è cresciuta più lentamente del previsto, nonostante l’aggressiva pianificazione di modelli a batteria. Questo ha portato Stellantis a cancellare alcuni veicoli elettrici destinati, ad esempio, al mercato statunitense, dove i consumatori non hanno dimostrato sufficiente interesse per quei prodotti specifici.

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Costi di produzione e qualità: I costi di sviluppo e produzione di EV sono ancora significativamente più elevati rispetto alle auto con motore termico. Inoltre, la pressione sui costi — amplificata da anni di politiche di “taglio spesa” nella produzione — ha generato problemi di qualità e maggiori garanzie da onorare, con conseguente impatto negativo sui margini.

Incentivi e normative in transizione: Gli incentivi pubblici che avevano stimolato la diffusione degli EV in passato, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, sono stati progressivamente ridotti o rimodulati. In mercati chiave questa dinamica ha ridotto ulteriormente l’appeal delle vetture elettriche per i consumatori, rendendo meno competitivo il costo totale di acquisto di un EV rispetto a un modello ibrido o a combustione.

Competizione e capacità industriale: La crescente competizione da parte di produttori cinesi — che offrono EV con ottimo rapporto qualità‑prezzo — ha eroso ulteriormente la quota di mercato dei brand occidentali. Stellantis, pur avendo un portafoglio di marchi diversificato, ha dovuto affrontare questa pressione con risposte tardive e spesso meno convincenti.

Il risultato di questi fattori è stato un cambio di paradigma: Stellantis ha annunciato che non erogherà dividendi ai soci per il 2026, rivedendo radicalmente la propria roadmap tecnologica e riaffermando la necessità di offrire una gamma che comprenda benzina, diesel, ibrido e elettrico, anziché puntare esclusivamente sulle batterie (la tenuta dei motori a combustione, e il loro ruolo destinato a durare più a lungo del previsto è anche oggetto di approfondimento nel libro “Fine della combustione”, disponibile su Amazon – NDR).


Segnali di allerta per gli investitori


Moody’s ha recentemente declassato il rating creditizio di Stellantis da Baa2 a Baa3, il livello più basso dell’investment grade, segnalando una maggiore pressione finanziaria e rischi crescenti, con possibili maggiori costi per finanziamenti e investimenti. Chi pensasse di approfittare del calo del titolo per “comprare a sconto” dovrebbe fare attenzione: Stellantis ha davanti sfide complesse, con brand da ricostruire e piani strategici da riorientare, e il ritorno alla redditività richiederà tempo. Per gli investitori interessati all’automotive, marchi più consolidati e redditizi come Ferrari e General Motors potrebbero rappresentare oggi alternative più solide.

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Anche Lamborghini frena sull’elettrico

Paradossalmente, lo stesso fenomeno si manifesta anche nel mondo delle supercar di lusso. Automobili Lamborghini, iconico marchio del lusso italiano, ha annunciato la cancellazione del suo primo veicolo completamente elettrico, la Lanzador, previsto per il 2029. Il CEO Stephan Winkelmann ha spiegato che la domanda da parte della clientela — tipicamente molto legata all’esperienza di guida tradizionale — è “pressoché nulla”, rendendo il progetto troppo rischioso dal punto di vista finanziario e di marchio.

La motivazione va oltre la semplice lentezza della domanda: per Lamborghini, la connessione emotiva al motore — il suono, la potenza, l’esperienza sensoriale — è parte integrante della brand identity e risulta difficile da replicare con un motore elettrico. Questo rende l’adozione di un EV non solo poco attraente per i clienti, ma potenzialmente dannosa per il valore percepito del marchio.

Lamborghini ha così deciso di sostituire la Lanzador con un modello ibrido plug‑in (PHEV), mantenendo l’evoluzione verso una maggior elettrificazione senza rinunciare alle caratteristiche che rendono uniche le sue vetture. La strategia prevede un portafoglio completamente ibrido entro il 2030, un equilibrio tra prestazioni, sostenibilità e fedeltà alla tradizione di guida.

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Il senso più ampio del ripensamento

La vicenda Stellantis‑Lamborghini rappresenta, in chiave industriale, un momento di svolta realistico nella transizione verso la mobilità “zero emissioni”: non più una corsa cieca verso l’elettrico a tutti i costi, ma una strategia più sfumata e pragmatica che riconosce le limiti tecnologici, economici e di mercato della presente generazione di EV.

Non si tratta di un ritorno al passato, bensì di una consapevolezza più matura: la transizione non è lineare, i consumatori non si spostano uniformemente verso un’unica tecnologia e le case automobilistiche stanno imparando — a volte a caro prezzo — che offrire una scelta ampia e coerente con i desideri del cliente può essere la chiave per restare competitivi in un mercato ancora fluido e incerto.

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Flavio Siano

Finance manager - corporate advisor

Dopo un percorso di studi tra Italia e Stati Uniti e la Laurea Magistrale in Economia e Commercio, Flavio Siano costruisce un’esperienza professionale di oltre dieci anni nel settore finanziario. Il suo lavoro si sviluppa in contesti internazionali, tra multinazionali e realtà di medie dimensioni, dove si occupa di analisi finanziaria, controllo di gestione e strategie di business development in ambiti industriali eterogenei.

Nel corso della sua carriera lavora per grandi gruppi come IBSA, Stellantis e CNH, maturando una visione concreta e trasversale del rapporto tra industria, finanza e innovazione. Oggi vive e lavora in Svizzera nel settore della finanza, continuando a muoversi in ambienti dinamici e internazionali.

Accanto all’attività professionale, coltiva da sempre una forte passione per la scrittura, intesa come spazio di riflessione e approfondimento su temi di attualità. I suoi interessi – che spaziano dalla finanza all’innovazione, dall’automobilismo al food innovation – alimentano uno sguardo attento ai cambiamenti economici e industriali, con particolare attenzione al dialogo tra passato e futuro.

Areas of Expertise: economia, finanza classica e alternativa, food innovation, automotive
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