Iran, impatto di un aumento del 50% nel prezzo del petrolio. Bollette e consumi, trema Europa

Le Borse europee chiudono in netto ribasso, con Piazza Affari allineata al clima di forte tensione che attraversa i mercati internazionali. Pesata l’escalation del conflitto in Medio Oriente, innescata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Un conflitto che si sta allargando anche ad altri paesi mediorientali come il Libano.
Perché è importante lo Stretto di Hormuz
La chiusura dello Stretto di Hormuz è sotto la lente di ingrandimento e potrebbe generare ricadute sull’economia globale in quanto è uno snodo strategico per l’energia mondiale: da lì transita oltre un quinto del petrolio globale e circa il 30% del gas naturale liquefatto. L’attenzione resta alta anche sul fronte militare. In una conferenza stampa al Pentagono, il capo di stato maggiore congiunto statunitense, Dan Caine, non ha indicato una tempistica per la conclusione dell’operazione contro Teheran. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che le operazioni potrebbero proseguire per “quattro o cinque settimane”.
Brusca accelerazione dei costi energetici
“La chiusura dello Stretto di Hormuz e le tensioni nel Mar Rosso stanno generando forti disagi alle catene globali di approvvigionamento e una brusca accelerazione dei costi energetici”, sottolineano gli analisti di Intesa Sanpaolo. I mercati finanziari reagiscono con marcata avversione al rischio: i rendimenti obbligazionari mostrano movimenti irregolari, con rialzi diffusi dei tassi alimentati dai timori inflazionistici legati al rincaro del greggio.
Chi sale e chi scende: bene i titoli della difesa e dell’energia. Male comparti industrial e consumer
Sul fronte azionario, osserva Equita, il contesto premia in modo evidente i titoli della difesa e dell’energia, mentre mette sotto pressione i comparti industriale e consumer. L’aumento dei costi energetici e logistici, insieme al possibile impatto sul reddito disponibile e sulle prospettive macroeconomiche, penalizza i settori più esposti alla domanda interna.
“Molto dipenderà dalla durata, dall’ampiezza e dall’intensità del conflitto, dai rischi di interruzione delle forniture energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz, dagli effetti economici più estesi e dalle incertezze sulla successione nella leadership iraniana”, si legge in un’analisi del broker. Le prime reazioni dei mercati, concludono gli analisti, indicano un repricing selettivo del rischio più che una fuga generalizzata dagli asset più rischiosi.
Gli effetti in Europa
Dal punto di vista puramente macroeconomico, la situazione attuale, aumento dei prezzi dell’energia ed ostacolo al traffico commerciale, configura uno shock di offerta con possibili implicazioni stagflattive. Questo è soprattutto vero per l’Europa, che risente immediatamente dell’aumento delle quotazioni del gas. Se la situazione attuale dovesse durare a lungo, ci sarebbe anche un problema per le economia asiatiche, Cina in testa, molto dipendenti dal petrolio in arrivo dal golfo Persico, si legge nell’analisi di Andrea Delitala, Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management, e Marco Piersimoni, Co-Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management.
Fig.1: Impatto di un aumento del 50% nel prezzo del petrolio

Nella tabella riassumiamo il ventaglio degli scenari possibili con le implicazioni di mercato, cercando di stimare le probabilità di questi scenari. È giusto ricordare come, a seguito dell’annuncio di Trump dell’invio di un sostanzioso contingente militare nella regione, i mercati avessero iniziato ad anticipare la possibilità di un conflitto, come evidente dal movimento delle ultime settimane di petrolio, oro e tassi di interesse.
Lo scenario che riteniamo più verosimile è una transizione verso un regime più collaborante con gli Stati Uniti, certamente interessati ad estendere il controllo del flusso di combustibili fossili da parte di un fornitore finora molto legato alla Cina (come peraltro nel caso del Venezuela). All’interno di questa evoluzione sono ricomprese ipotesi di una rapida retromarcia del regime che si renda disponibile a negoziare, fino a scenari di trasformazione più profonda della leadership, verosimilmente a seguito di un confronto interno ed esterno più cruento e duraturo.
Le ipotesi residue sono: una conflagrazione più estesa dello scacchiere mediorientale (25%) in cui altri Paesi siano risucchiati nel confronto bellico con allungamento del conflitto ben oltre le 2-4 settimane ipotizzate dall’ amministrazione USA; ed infine quello di un allargamento del conflitto ad altri Paesi fuori dal Golfo Persico (5%).
Fig.2: Possibili scenari ed implicazioni di mercato







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