“Board of Peace” per Gaza: tra ambizione politica e scetticismo internazionale. E la popolazione continua soffrire
L’iniziativa guidata dagli Stati Uniti nasce nel quadro della fragile tregua post-guerra, ma divide le diplomazie, suscita critiche e solleva dubbi sulla reale efficacia di un organismo che vuole governare la transizione nella Striscia.
Tra freddo, pioggia e vento, con l’arrivo irregolare di derrate alimentari che nemmeno la metà della popolazione può permettersi di acquistare, si parla oggi di pace in arrivo.

Il “Board of Peace” (Consiglio della Pace) per la Striscia di Gaza è stato ufficialmente annunciato il 15 gennaio 2026 dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump come parte della “Fase 2” del suo piano di pace in Medio Oriente, focalizzato sulla governance, la ricostruzione e il recupero economico dell’enclave dopo la guerra tra Israele e Hamas iniziata nell’autunno del 2023.
L’organismo, descritto nelle fonti come un consiglio internazionale di supervisione della transizione governativa, è stato costituito sotto l’ombrello della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è destinato a coordinare un comitato di tecnocrati palestinesi incaricato dell’amministrazione quotidiana a Gaza e a supervisionare i processi di stabilizzazione e ricostruzione.
Composizione e ambizioni
Secondo la Casa Bianca e media internazionali, il board include figure di spicco provenienti da diversi Paesi e istituzioni: il segretario di Stato americano Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff, il consigliere Jared Kushner, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, oltre a rappresentanti diplomatici di Egitto, Qatar, Turchia e Emirati Arabi Uniti. Il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, ex inviato dell’ONU per il Medio Oriente, è stato indicato come direttore esecutivo del board. Oggi si aggiunge anche il primo ministrio ungherese Orban.
Nella visione americana, il Board of Peace deve andare oltre Gaza: Trump stesso ha suggerito che l’iniziativa potrebbe evolvere in un organismo più ampio per affrontare conflitti globali, trasformandosi in un “approccio audace” alla risoluzione delle crisi internazionali.
Reazioni della stampa internazionale
La stampa internazionale ha interpretato questa iniziativa con sospetto e critiche, evidenziando contraddizioni e difficoltà strutturali. Le Monde sottolinea come il Board sia nato in un contesto di tregua fragile e venga percepito da molti osservatori come un organismo dall’assetto confuso, con compiti e ruoli tuttora poco definiti e con un’influenza palestinese significativa solo sulla carta.
Al-Jazeera evidenzia reazioni miste all’interno della popolazione di Gaza stessa: accanto a una certa speranza per una possibile stabilizzazione, c’è scetticismo diffuso tra i palestinesi, molti dei quali temono che decisioni imposte dall’esterno non riescano ad affrontare questioni essenziali come la giustizia, la libertà e la reale partecipazione locale alla governance.
La stampa statunitense e internazionale nota inoltre che la composizione del board ha scatenato reazioni diplomatiche complicate. Israele ha espresso forte opposizione alla lista dei membri, criticando la mancata coordinazione con la sua politica e la presenza di Paesi come Turchia e Qatar, che in passato hanno sostenuto posizioni divergenti rispetto alla linea governativa israeliana.
Un commento pubblicato su Il Sole 24 Ore definisce il Board of Peace come un organismo con aspirazioni elevate ma operativamente debole, nel quale la governance post-conflitto rischia di essere gestita più da ufficiali esterni e burocrati internazionali che da rappresentanti della società palestinese stessa — un “Board di pace senza peace”, come lo descrive la critica giornalistica.
La situazione sul terreno
Mentre la diplomazia costruisce organismi di pace, la realtà nel territorio rimane dura: la tregua in vigore da ottobre 2025 è fragile e insicura, con cicli di violenza intermittenti e una crisi umanitaria persistente, aggravata da inverni rigidi, carenza di approvvigionamenti e difficoltà logistiche nell’accesso agli aiuti umanitari.
In questo quadro complesso, la stampa internazionale mette in guardia contro l’idea che un organo internazionale possa semplicemente “risolvere” la situazione a Gaza senza un piano robusto di partecipazione locale e un riconoscimento dei bisogni e delle aspirazioni delle popolazioni direttamente coinvolte. Non è dunque solo politica o amministrativa: il futuro è profondamente legato alla legittimità e all’efficacia percepita dell’azione internazionale in un conflitto prolungato.

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