CCUS, l’Europa accelera sulla cattura della CO₂ e l’Italia si afferma come snodo strategico

Redazione -

Dalla decarbonizzazione dei settori hard‑to‑abate ai grandi progetti infrastrutturali: la Carbon Capture and Storage/Utilisation entra nel cuore della politica industriale europea, con l’Italia protagonista grazie a geografia, competenze e reti energetiche.

La cattura e lo stoccaggio della CO₂ (Carbon Capture and Storage/Utilisation – CCUS) stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie di decarbonizzazione dell’industria europea. Cemento, siderurgia, chimica, ceramica, carta e vetro, i cosiddetti settori hard‑to‑abate, dove l’elettrificazione diretta non è sufficiente, rappresentano oggi una delle principali problematiche per il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030 e al 2050. In questo contesto, l’Europa ha accelerato in modo deciso e l’Italia emerge come uno dei Paesi chiave per lo sviluppo di una filiera CCUS su scala industriale.

Secondo la Commissione europea, per centrare la neutralità climatica sarà necessario catturare e gestire tra 250 e 300 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno entro il 2050, una quota significativa delle quali proverrà proprio dai settori industriali a maggiore intensità emissiva.

Perché il CCUS è diventato indispensabile

La narrativa europea sul CCUS è cambiata profondamente negli ultimi anni. Da tecnologia di nicchia e spesso controversa, la cattura della CO₂ è oggi riconosciuta come complementare alle rinnovabili, all’efficienza energetica e all’idrogeno. Come sottolineato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), senza CCUS la decarbonizzazione dei settori industriali pesanti sarebbe tecnicamente ed economicamente irrealistica.

Il Net Zero Industry Act e la revisione del Green Deal europeo hanno rafforzato questo orientamento, includendo il CCUS tra le tecnologie strategiche per la competitività industriale dell’Unione e per la riduzione della dipendenza da importazioni extra‑UE di materiali ad alta intensità carbonica.

L’Italia come hub naturale del CCUS europeo

In questo scenario, l’Italia presenta una combinazione di fattori difficilmente replicabile: una forte concentrazione di industrie hard‑to‑abate, una rete infrastrutturale del gas già sviluppata e, soprattutto, la disponibilità di giacimenti esauriti di gas naturale nel Mare Adriatico, considerati idonei allo stoccaggio geologico della CO₂.

Secondo le analisi di Snam e Enea, il potenziale di stoccaggio italiano potrebbe arrivare a centinaia di milioni di tonnellate di CO₂, il che renderebbe il Paese non solo autosufficiente, ma anche un possibile hub di stoccaggio per altri Stati membri

Il progetto Ravenna CCS, sviluppato da Eni e Snam, è citato dalla stampa internazionale come uno dei casi più avanzati in Europa. Il Financial Times lo ha definito un esempio di come le infrastrutture energetiche esistenti possano essere riconvertite a servizio della transizione climatica, riducendo tempi e costi di implementazione.

Industria, investimenti e politica industriale

L’accelerazione europea sul CCUS ha una forte valenza di politica industriale. Secondo BloombergNEF, i progetti CCUS in Europa sono triplicati negli ultimi tre anni, sostenuti da fondi pubblici, contratti per differenza sul carbonio e meccanismi di supporto agli investimenti.

In Italia, il CCUS è sempre più visto come uno strumento per difendere la competitività delle filiere industriali più esposte ai costi del carbon pricing europeo (ETS), evitando fenomeni di delocalizzazione produttiva. Il tema è stato ripreso anche da Il Sole 24 Ore, che ha sottolineato come la cattura della CO₂ possa diventare una leva per mantenere capacità produttiva e occupazione nei distretti industriali storici.

Non mancano, tuttavia, le criticità. La stampa europea evidenzia come il CCUS debba ancora affrontare tematiche regolatorie, sociali e finanziarie, in particolare legate all’accettabilità pubblica dello stoccaggio geologico e alla necessità di garantire una filiera di trasporto sicura e trasparente. Il Guardian e Politico Europe hanno più volte richiamato l’attenzione sul rischio che il CCUS venga usato come alibi per ritardare la riduzione delle emissioni alla fonte, anziché come strumento complementare.

Una tecnologia ponte, ma strutturale

Nel quadro europeo, il CCUS non è più considerato una soluzione temporanea, ma una tecnologia strutturale per la transizione dei settori industriali più complessi. L’Italia, grazie alla sua posizione geografica, alle competenze industriali e alle infrastrutture esistenti, è destinata a giocare un ruolo di primo piano.

Come osserva l’IEA, “la sfida non è più dimostrare se il CCUS sia necessario, ma quanto velocemente riuscirà a essere implementato su scala” E in questa corsa, l’Europa e l’Italia in particolare sembrano aver deciso di accelerare.