Deontologia professionale giornalistica. La correttezza del New York Times raccontata da Alessio Ribaudo Cronista al Corriere della Sera
Due modelli culturali, due idee di responsabilità dell’informazione
La deontologia professionale giornalistica riflette il modo in cui un Paese concepisce il ruolo dell’informazione, il rapporto con il potere e la tutela dei cittadini. Il confronto tra Italia e Stati Uniti mette in luce due modelli profondamente diversi: uno normato e istituzionale, l’altro volontario e culturale. Non si tratta solo di regole, ma di visioni opposte del giornalismo come professione.
In Italia la deontologia giornalistica ha valore normativo. Il giornalista è iscritto a un Ordine professionale e il rispetto delle regole deontologiche è una condizione per esercitare la professione. Il riferimento centrale è il Testo unico dei doveri del giornalista, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Questa impostazione deriva da una tradizione che considera l’informazione un bene pubblico e il giornalista un soggetto che esercita una funzione di rilevanza costituzionale (art. 21 della Costituzione).
Stati Uniti: etica come scelta professionale
Negli Stati Uniti non esiste un Ordine dei giornalisti né un albo professionale. Chiunque può definirsi giornalista, in nome di una concezione radicale della freedom of the press, sancita dal Primo Emendamento della Costituzione. Il principale riferimento etico è il Code of Ethics della Society of Professional Journalists (SPJ). A differenza dell’Italia, questo codice non ha valore legale. Non esistono sanzioni formali per chi lo viola: la responsabilità è reputazionale, non disciplinare. Il modello statunitense è autonomo e competitivo: l’etica è una scelta di qualità, non un requisito per esercitare.
Il caso segnalato da Alessio Ribaudo
In questi giorni ho rivisto la mia intervista ad Andrea Costanzo, il padre di Chiara, essere ripresa e citata da oltre quattrocento testate in tutto il mondo. A seconda dei Paesi cambiavano titoli e scelte grafiche: c’era chi usava la foto intera, chi la oscurava, chi evitava del tutto le immagini. Stessa storia, trattata in modi diversi: sensibilità diverse, leggi diverse, codici deontologici diversi. Anche questo è un modo di studiare il giornalismo: osservare come il mondo racconta un padre che ha perso sua figlia bruciata in un locale dove avrebbe dovuto solo ballare. E mentre lo intervistavo, l’unica cosa che mi ha chiesto era di impegnarmi a far conoscere Chiara a chi non aveva avuto questa fortuna. Solo questo. Il resto non contava più.
Ora davvero non si smette mai di imparare. Nel nostro gergo, quando qualcun altro fa un servizio che tu non hai, si parla di “buco”. Succede. Brucia. Ma fa parte del mestiere. Si prendono e si danno. Questa volta è successo il contrario: la nostra intervista è stata ripresa e citata da molte testate, tra cui quelle britanniche come il Daily Mail, tedesche come Bild, dalle agenzie internazionali come Agence France-Presse e Associated Press, da giornali statunitensi come il Boston Globe e il Miami Herald, oltre che dalla quasi totalità dei media italiani.Uno potrebbe fermarsi all’autoreferenziale e aziendalista soddisfazione di aver fatto citare il “mio” Corriere della Sera in tutto il mondo.
Invece, personalmente, ho ricevuto una lezione dal The New York Times che ha titolato l’articolo con una frase virgolettata tratta dalla mia intervista, l’ha citata all’interno del suo articolo sia nell’edizione cartacea sia in quella online e, soprattutto, nella versione digitale (https://lnkd.in/ddYHAryT) ha inserito il link diretto al pezzo originale. Non un riferimento generico, non una formula di comodo: la possibilità per chiunque di andare alla fonte e leggere il lavoro così com’era nato, come si era sviluppato.
Si chiama riconoscere il merito altrui. Si chiama dare visibilità a chi quel lavoro lo ha fatto davvero. Che questo gesto arrivi da uno dei quotidiani più prestigiosi al mondo induce a riflettere. Anche su certe piccole miserie professionali, diffuse e silenziose, di chi utilizza il lavoro degli altri senza raccontarne l’origine. Nel giornalismo, è vero, ho imparato che quasi sempre conta arrivare primi. Poi conta anche come si arriva, come si pubblica. Ma adesso ho la certezza che sia importante anche come si citano gli altri lungo la strada, senza ingannare i lettori spacciando per proprio ciò che non lo è.
Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it
Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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