Donald Trump oltre l’orlo del fallimento totale: arriverà a fine mandato o semplicemente entrerà nel mito come un personaggio di fantascienza?
— di Lapo Mazza Fontana —
Le criticità incombenti
I dazi contro gli alleati, la assenza di politica sociale interna e di rilancio del benessere della middle class, la milizia ICE fuori controllo con l’America sull’orlo di una guerra civile, la pace in Ucraina che non c’è, la questione di Gaza irrisolta, il blitz venezuelano che non risolve nulla, l’Iran nel caos, la Cina sempre più forte economicamente e militarmente, il delirio sulla Groenlandia, il soft power americano buttato in pattumiera: Trump enumera fallimenti travestiti da successi ad una velocità ultrasonica, ma la narrazione di pura propaganda quanto può durare alla prova della realtà?
Le elezioni di mid-term incombono su Washington, e se STrump le perdesse, perdendo la maggioranza parlamentare, oltre all’impeachment rischierebbe comunque di vedere molto in anteprima la sua uscita di scena, e senza eredi.
Lo scontro frontale
Ormai gli elementi per lo scontro frontale ci sono tutti: è ormai cristallino che Trump è un autocrate fuori controllo (o meglio controllato dalla fazione più di destra degli apparati americani che comandano veramente, a livello militare, politico, economico, finanziario).
Gli americani sono già in un clima da guerra civile strisciante da anni. La ultima vicenda della uccisione a sangue freddo di Renee Nicole Good, donna bianca madre di tre figli ammazzata per pura incompetenza isterica da un agente dell’ICE, la milizia mascherata agli ordini diretti di Trump dedita non solo agli arresti arbitrari di immigrati clandestini, ma anche ad abusi ormai persino omicidiari contro qualunque cittadino americano, non può che segnare una svolta storica, potenzialmente pronta ad una deflagrazione, che lenta o veloce avrà conseguenze gravi e chiaramente a livello non solo statunitense.
La domanda a questo punto è: a chi giova una seconda guerra civile americana? Il clima di odio e di divisione in due fazioni pro e anti Trump sta diventando negli USA decisamente insostenibile, ma la realtà è che trai sostenitori del trumpismo si cominciano a perdere pezzi sempre più pesanti e numerosi.
I pezzi da novanta in uscita
Già Charlie Kirk, che era stato uno dei veri anchormen della vittoria elettorale di Trump, aveva cominciato a dissentire dal dittatore su temi dirimenti; il sospetto che il suo assassinio abbia qualcosa a che fare con le sue prese di distanza da Israele sono tutt’altro che infondate. E se Matt Walsh, altro influencer trumparo, non è riuscito a diventarne l’erede perdendo progressivamente grip, Trump aveva già sostanzialmente perso le vere teste di serie: Tucker Carlson e Candace Owens, ma soprattutto la giovane star emergente Nick Fuentes; apertamente anti-israeliano, sostanzialmente antisemita e misogino, sempre in bilico tra provocazioni estreme e drastici realismi. Né bastano più gli Steve Bannon e i Ben Shapiro, né gli anchor di FOX NEWS a puntellare un movimento MAGA che scricchiola ad una velocità sorprendente e non solo sotto il peso degli EPIC FAILS travestiti da trionfi.
La verità è che l’intera strategia dell’AMERICA FIRST è letteralmente scomparsa dai radar e gli elettori cominciano a rendersene conto, visto che se Trump e i suoi si stanno arricchendo oltre ogni sogno bagnato, di questa ricchezza all’americano medio nulla è arrivato.
I fallimenti di Donald Trump cominciano ad accatastarsi in una pila sempre più visibile, cominciata in fondo fin da subito con le sue idiozie sulle denominazioni del Golfo del Messico, del Ministero della Guerra, dell’incarico fantasma ad un Elon Musk sotto stupefacenti, dell’abbandono della PAX AMERICANA con gli stessi alleati della NATO e con gli annunci (più o meno veri) dello smontaggio del sistema, sommamente saggio, di equilibrio di potere atlantico.
Le mire sulla Groenlandia
La delirante pretesa di annettere la Groenlandia con le buone o con le cattive è poi a questo punto la dimostrazione monumentale, oltre che del narcisismo patologico del tycoon diventato POTUS, anche della stupidità sua e del sistema bipartisan che lo ha posizionato alla Casabianca, in conflitto interno o meno che sia.
Sia ben chiaro: la Groenlandia, territorio autonomo sotto la corona danese, è GIÀ ORA in disponibilità strategica, militare ed economica degli STATI UNITI; è un territorio in pienissima posizione NATO. Già adesso gli USA potrebbero averne un sostanziale pieno controllo economico e militare, senza letteralmente colpo ferire, soltanto con un aumento della presenza sotto lo scudo NATO e con normali accordi economici bilaterali e trilaterali: con Copenaghen e con il governo autonomo locale, senza alcun bisogno di minacce da balcone mussoliniano.
Le basi militari americane in Groenlandia erano già numerose nel dopoguerra; negli ultimi decenni sono state progressivamente ridimensionate e chiuse, ma il ripristino sarebbe agevole. Parimenti le concessioni commerciali, portuali e minerarie non solo sono preesistenti, ma alcune anche inutili, visti i costi dovuti alle condizioni geografiche dell’area. Ergo rivendicare un passaggio della Groenlandia a 51o Stato è praticamente un mero atto di vanità in stile cesaristico; una cretinata talmente macroscopica che fa il paio con i farfugliamenti psicopatici di DONALDO STRUMPO sulla invasione del Messico o sulla annessione del Canada. Un vero riflesso di narcisismo patologico, senile o meno che sia. La cosa più divertente, ancor prima che tragica, è la sollecitudine di molti commentatori, anche in Italia, che lo prendono sul serio. Ma in fondo anche questo fa parte della distopia alla Philp K. Dick che stiamo vivendo. E certamente non solo nella area artica.
L’Iran è in preda a tumulti di rivolta dei manifestanti anti-Ayatollah? TRUMPO minaccia di bombardare Teheran? Ah sì? E poi che fa? Manda altri DELTA FORCE O NAVY SEALS a rapire Ali Khamenei? Mica male, e poi? E POI il resto del regime islamico si sfalda? Davvero? Vedremo. In Venezuela per ora non è successo, anche se è probabile che i vertici venezuelani siano ben più facilmente corruttibili di quelli iraniani. Quindi, un probabile FLOP pure lì. Si vedrà.
Attendiamo quindi fiduciosi la invasione americana della Groenlandia, sfruttando il servaggio depensante dei leader europei e soprattutto i buchi statutari del trattato atlantico, che NON prevede meccanismi cogenti in caso di conflitto tra paesi membri. OPSSS, gli estensori se ne erano dimenticati. Vedi a volte la distrazione di certi padri fondatori. In teoria in caso di conflitto interno l’aggressore dovrebbe trovarsi isolato dagli altri Stati membri, tenuti alla difesa del paese aggredito, ma in assenza di articoli specifici in tali casi la falla normativa prevale allegramente. Che spasso.
Prospettive nei rapporti internazionali o racconto di fantascienza?
I fallimenti di DONALDO TRAMPO saranno pure magniloquenti, ma di certo non si può negare che la sua radicale assenza di ipocrisia, abito integrale viceversa dei pupazzi europei, non costituisca un elemento storico di finale chiarificazione di una era storica che sta volgendo al termine, anzi già derapata oltre il curvone.
Forse, on second thought, come dicono gli yankee, STRUMP, pur nella sua tronfia epifania situazionista, era proprio quello che ci voleva. Aveva nuovamente ragione Philip K.Dick: in attesa dei robot antropomorfi pronti a sostituirci la soluzione potrebbe essere il distacco completo dal mondo reale, o la finestra su una altra dimensione. Per chi ha letto UBIK, leggendario romanzo totalmente distonico del 1969: “io sono vivo, voi siete morti”. TRUMPIK è più vivo che mai. O è solo un ologramma psichedelico di qualcos’altro?

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