Non solo l’oro. Bitcoin scende ai minimi dal “tariff shock” 2025: la stampa globale teme un nuovo stress di liquidità
Dal sell-off su oro e metalli preziosi al ritorno del “risk-off”: il mercato sta rimettendo in discussione la narrativa del “digital gold”

La discesa del Bitcoin ai livelli più bassi dai contraccolpi legati ai dazi del 2025 sta diventando, per la stampa finanziaria internazionale, qualcosa di più di un normale movimento di mercato: è un test di credibilità per l’idea che la criptovaluta possa comportarsi da bene rifugio. Il Financial Times lega il movimento a un clima di crescente “disillusione” sulla tesi del “digital gold”, notando come, proprio mentre l’oro corre e poi corregge bruscamente, Bitcoin mostri ancora una volta un profilo più vicino agli asset rischiosi che alle coperture difensive.
Del resto prprio l’oro, dopo aver raggiunto massimi storici oltre i 5.600 $ l’oncia in alcune sessioni di mercato, ha registrato un forte sell-off nei giorni recenti, con cali a doppia cifra in singole sedute: in alcuni casi i ribassi sono stati i più ampi da decenni per oro e argento. Questo movimento è stato collegato principalmente a annunci di politica monetaria negli Stati Uniti, all’aumento del dollaro e alla presa di profitto da parte degli investitori.
Il punto non è solo la volatilità
Per quanto riguarda le criptovalute, il punto non è solo la volatilità di breve periodo. Nelle letture internazionali, la sequenza “oro giù forte, Bitcoin giù ancora” suggerisce che molti investitori stiano ricalibrando il portafoglio in chiave prudenziale, ma senza usare le cripto come destinazione naturale dei flussi difensivi. Il Wall Street Journal descrive un crollo violento dei metalli preziosi (oro e argento) come una delle peggiori sedute da decenni, innescata da un improvviso cambio di aspettative macro e di politica monetaria: quando la copertura “classica” si muove così, anche gli asset più speculativi possono finire risucchiati dalla riduzione del rischio.
Uno dei timori più ricorrenti, nei commenti anglosassoni, è la liquidità. Reuters mette l’accento sul fatto che il ribasso si inserisce in un contesto di mercato in cui torna a farsi strada l’ipotesi di condizioni monetarie più restrittive, anche attraverso una riduzione della liquidità di sistema (tema cruciale per cripto e tecnologia). Nello stesso pezzo, la pressione su Ethereum viene letta come conferma di un movimento “di comparto”, non isolato, con il rischio che lo shock si autoalimenti attraverso posizionamenti e leve.
Bitcoin sensibile alle variazioni di sentiment
Il Financial Times insiste su un altro nervo scoperto: la mancanza di un modello di valutazione condiviso rende la criptovaluta particolarmente sensibile alle variazioni di sentiment. In pratica, quando il mercato cerca “ancore” (tassi, inflazione, politica commerciale), Bitcoin tende a muoversi come un termometro del rischio più che come una polizza. È qui che la stampa internazionale colloca il cuore della preoccupazione: l’idea di “oro digitale” funziona finché i flussi la confermano; quando i flussi prendono un’altra direzione, la narrativa da sola non regge.
Anche Bloomberg negli ultimi giorni ha raccontato una rotazione dell’attenzione e dei capitali: da un lato il raffreddamento del sentiment sulle cripto, dall’altro il ritorno di interesse verso asset tradizionali (azioni “quality”, oro) e il tema dei deflussi da prodotti legati a Bitcoin. È un segnale che la finanza istituzionale, pur restando presente, sta diventando più tattica e meno “ideologica” sulla crypto allocation.
La sintesi che emerge dalla stampa finanziaria internazionale è quindi doppia. Primo: il ribasso di Bitcoin “post-tariff shock” viene letto come una reazione a uno scenario macro più duro, dove contano dollaro, tassi e liquidità. Secondo: la correlazione con i beni rifugio resta intermittente e, nei momenti di stress, molti operatori preferiscono strumenti con una storia più lunga di protezione (o semplicemente riducono esposizione). In questo quadro, la domanda implicita — e un po’ scomoda — che torna nei commenti è se Bitcoin stia attraversando una fase di “crisi d’identità” tra bene rifugio e asset rischioso.

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