Dazi, Bruxelles gioca su due tavoli: la Commissione negozia, ma il Parlamento frena
Dopo la sentenza della Corte Suprema USA e i rilanci di Trump, l’UE cerca “garanzie e chiarezza” mentre congela i testi attuativi dell’accordo: sullo sfondo c’è un interscambio che vale centinaia di miliardi
Il messaggio che arriva da Bruxelles è quello di un equilibrio sempre più difficile tra pragmatismo e pressione politica. Sul dossier dazi, l’Unione europea sta muovendosi su due fronti: da un lato la Commissione mantiene aperto il canale negoziale con Washington per blindare “garanzie, accordi e chiarezza”; dall’altro il Parlamento europeo sta rallentando il lavoro sui testi legali che dovrebbero dare attuazione all’intesa raggiunta la scorsa estate. È una strategia che mira a non far saltare il dialogo, ma allo stesso tempo a non “normalizzare” un quadro tariffario percepito come instabile e giuridicamente incerto.

La Commissione ha chiesto esplicitamente “chiarezza” agli Stati Uniti e ha avvertito che imprese e mercati hanno bisogno di prevedibilità nelle regole del commercio transatlantico. Il secondo fronte è parlamentare. La Commissione INTA (Commercio internazionale) dell’Europarlamento ha segnalato che il voto sui dossier collegati all’accordo raggiunto a Turnberry è “molto probabilmente” destinato a slittare, proprio perché la base legale e le condizioni politiche sarebbero cambiate dopo la pronuncia della Corte Suprema e i nuovi rilanci tariffari. È una scelta che parla anche ai negoziatori: finché non si chiarisce il perimetro giuridico e non arrivano impegni più solidi dagli USA, l’Eurocamera evita di trasformare in legge europea un’intesa che potrebbe essere rimessa in discussione dall’altra parte dell’Atlantico.
Nel frattempo, sul tavolo restano i tasselli già messi in moto a livello istituzionale. A fine 2025 il Consiglio UE ha adottato i mandati negoziali su due regolamenti per implementare alcuni elementi tariffari di una “Joint Statement”, compresi aggiustamenti di dazi e quote su specifici prodotti, oltre a misure su alcuni comparti come il settore ittico (lobster). Ma l’implementazione complessiva è proprio ciò che il Parlamento vuole riconsiderare, mentre la Commissione continua a tenere aperta la trattativa e, quando necessario, a posticipare o sospendere contromisure per lasciare “spazio” al negoziato.
I numeri dell’interscambio
Per capire perché la partita sia così sensibile basta guardare i numeri dell’interscambio. Nel 2024, secondo Eurostat, l’UE ha esportato verso gli Stati Uniti €531,6 miliardi di beni e ne ha importati €333,4 miliardi, con un surplus europeo di €198,2 miliardi: una fotografia che spiega perché Washington spinga sul tema “riequilibrio” e perché Bruxelles tema contraccolpi su settori industriali ad alta intensità di export. Sul lato servizi, la dimensione è altrettanto rilevante: nel 2024 l’UE ha esportato servizi verso gli USA per €344 miliardi e ne ha importati per €483 miliardi, secondo Eurostat, a conferma che la relazione è “a doppio senso” e che gli Stati Uniti hanno un vantaggio strutturale in diverse voci ad alto valore aggiunto. Una sintesi efficace arriva anche dal Consiglio UE: nel 2024 il saldo complessivo (beni+servizi) sarebbe stato un surplus UE di circa €50 miliardi, cioè meno del 3% del totale scambi, a indicare che la relazione è grande e relativamente bilanciata, ma politicamente facilissima da “polarizzare” con il tema dazi.

Questa è la cornice che rende comprensibile il “doppio binario” europeo. La Commissione, responsabile della politica commerciale comune, punta a evitare una spirale di ritorsioni che potrebbe danneggiare entrambe le economie e peggiorare le aspettative delle imprese. Il Parlamento, invece, fa valere la sua leva: rallentare l’attuazione legislativa come forma di pressione per ottenere maggiore certezza legale e impegni più credibili. Il rischio, però, è che l’incertezza si autoalimenti: più slittano i voti, più le aziende restano in un limbo su tariffe effettive, scadenze e clausole di salvaguardia, con effetti su contratti, catene di fornitura e investimenti.
In sostanza, l’UE sta tentando una manovra complessa: negoziare senza concedere un “via libera” automatico, e frenare senza far collassare il dialogo. Il fatto che la relazione commerciale valga centinaia di miliardi (e, guardando i dati USA, arrivi a grandezze ancora più ampie se considerata con la metrica americana su beni e servizi) spiega perché nessuno a Bruxelles voglia davvero portare lo scontro al punto di non ritorno.



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