La tensione sulla Groenlandia blocca la ricerca sul clima: cosa sta succedendo
Come ne parla la stampa internazionale
La disputa attorno alla Groenlandia spinta in primo piano dalle recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato a travolgere anche il mondo della ricerca scientifica. Quello che fino a pochi anni fa era un territorio percepito soprattutto come laboratorio naturale per lo studio dei cambiamenti climatici è diventato un nodo geopolitico delicato, con conseguenze concrete sulla scienza che tenta di decifrare gli effetti del riscaldamento globale.

Clima e geopolitica: un’accoppiata esplosiva nel cuore dell’Artico
Negli ultimi mesi Trump ha ripetutamente espresso desideri di “controllo” o addirittura di acquisizione della Groenlandia, in parte giustificando la sua posizione con ragioni di sicurezza nazionale e posizionamento strategico nell’Artico. Questa retorica ha innescato reazioni forti da parte di Danimarca, paesi europei e organismi internazionali, che hanno ribadito con forza il principio della sovranità di Nuuk e di Copenaghen su quel territorio.
In parallelo, la minaccia di dazi fino al 25% su prodotti europei se non si raggiungerà un accordo sulla Groenlandia ha contribuito ad accentuare la volatilità diplomatica. Strategicamente, in un contesto in cui l’Artico si apre anche grazie alla riduzione dei ghiacci, le grandi potenze vedono territori e rotte precedentemente impraticabili come asset decisivi per proiezione militare, controllo delle risorse e posizionamento globale.
Ricerca sul clima in stallo: testimonianze dal campo scientifico
Secondo le prime ricostruzioni della stampa internazionale, in particolare dalla testata statunitense Politico, progetti scientifici fondamentali per comprendere l’evoluzione del cambiamento climatico stanno rallentando o si sono addirittura fermati. La collaborazione tra ricercatori americani e groenlandesi, indispensabile per raccogliere dati su ghiaccio, temperature e dinamiche ambientali, è stata interrotta “by mutual agreement” per non aggravare le tensioni politiche.
È un paradosso che colpisce proprio quei dati raccolti in regioni come la calotta glaciale della Groenlandia che ci aiutano a comprendere i futuri scenari di innalzamento dei mari, la dinamica dei ghiacci e le interconnessioni con correnti oceaniche globali: aspetti fondamentali per modellare le proiezioni climatiche dei prossimi decenni.
Cosa scrive la stampa internazionale: commenti e interpretazioni
La narrazione internazionale tende a collocare questo stallo scientifico nel quadro più ampio delle tensioni geopolitiche. Secondo Bloomberg, gli impegni di Trump sulla Groenlandia hanno “chilled relationships” tra comunità scientifiche, facendo sì che alcuni programmi cruciali siano sospesi o posticipati.
Il Guardian ha sottolineato, con un taglio più sociale e culturale, come queste tensioni ripropongano vecchie narrazioni coloniali: gruppi indigeni come gli Inuit hanno denunciato che la Groenlandia non debba essere vista come un semplice “asset” da contendere, ma come la loro casa, profondamente legata alla sopravvivenza e alla cultura della popolazione locale.
Altri commentatori internazionalio analisti geopolitici europei, vedono nella competizione per la Groenlandia una fase cruciale della nuova “corsa all’Artico”, dove la cooperazione scientifica che fino ad oggi aveva trovato solide basi multilaterali rischia di essere messa in secondo piano rispetto alle dinamiche di potere e controllo territoriale.
Le implicazioni per la scienza e per il clima
Lo stop o il rallentamento della ricerca in Groenlandia non è un incidente isolato: riflette come le scienze del clima siano intrinsecamente legate alle equazioni geopolitiche globali. In un momento in cui l’Artico si riscalda ad un ritmo molto più rapido della media globale, ogni lacuna nei dati raccolti può tradursi in maggiori incertezze nei modelli previsionali climatici e nei piani di adattamento nazionale e internazionale.
Se da un lato la retorica politica punta a rispondere a presunte minacce strategiche, dall’altro la comunità scientifica teme che tali tensioni possano costituire un ostacolo duraturo alla cooperazione internazionale su uno dei fronti più importanti per l’umanità: la comprensione e la mitigazione del cambiamento climatico.

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