Nowruz, il Capodanno persiano: radici millenarie e tensioni di oggi in Iran
Una festa che nel tempo precede l’Islam e resiste alla politica: tra identità nazionale, simboli zoroastriani e nuove criticità nel 2026
Il Nowruz, il Capodanno persiano, è molto più di una ricorrenza: è uno dei rari casi in cui una festa antichissima — oltre 3.000 anni o anche 6000 secondo alcuni — continua a definire l’identità di un popolo, attraversando imperi, religioni e rivoluzioni. Celebrato ogni anno all’equinozio di primavera (intorno al 20-21 marzo), segna l’inizio dell’anno nel calendario iraniano ed è riconosciuto anche dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Origini antiche: lo zoroastrismo e la rinascita cosmica
Le radici del Nowruz affondano nello zoroastrismo, la religione dominante dell’antica Persia prima dell’arrivo dell’Islam nel VII secolo. Il significato originario è profondamente cosmico: coincide con l’equinozio di primavera, rappresenta l’equilibrio tra luce e oscurità, simboleggia la rinascita della natura e dell’ordine universale.
Già sotto l’Impero achemenide (VI-IV secolo a.C.), il Nowruz era celebrato a Persepoli come festa ufficiale dell’impero, con delegazioni provenienti da tutte le regioni che portavano doni al sovrano.
Una festa che sopravvive all’Islam
Dopo la conquista araba, il Nowruz non scompare: un fatto straordinario. Nonostante il nuovo ordine religioso islamico la festa continua a essere celebrata, anzi viene progressivamente “reinterpretata” in chiave culturale più che religiosa
Questo è un punto chiave: il Nowruz diventa il simbolo della continuità dell’identità persiana, oltre le religioni e i regimi politici.
Riti e simboli: il significato del Haft-Seen
Il cuore della celebrazione è la tavola del Haft-Seen, composta da sette elementi simbolici (tutti con la lettera “S” in persiano):
- sabzeh (germogli) → rinascita
- seeb (mela) → bellezza
- sir (aglio) → salute
- somaq → alba e pazienza
- senjed → amore
- serkeh (aceto) → saggezza
- samanu → prosperità
È una ritualità domestica, familiare, che rende il Nowruz profondamente radicato nella vita quotidiana.
Il significato politico: identità nazionale, non ideologia
Qui emerge il primo elemento critico. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, il regime iraniano ha sempre avuto un rapporto ambivalente con il Nowruz: da un lato lo tollera e lo celebra ufficialmente, dall’altro diffida delle sue radici pre-islamiche. Il Nowruz è quindi una festa nazionale più che religiosa, e proprio per questo può diventare un terreno di tensione.
Nowruz 2026: gli aspetti problematici
Quest’anno la festa si inserisce in un contesto particolarmente delicato, segnato da più livelli di criticità.
Tensioni geopolitiche e clima di guerra
Il recente conflitto che coinvolge l’Iran e il Golfo (in particolare gli attacchi a infrastrutture energetiche) ha inciso anche sul clima sociale creando maggiore controllo interno dovuto al clima di insicurezza e impedendo di fatto gli spostamenti. Il Nowruz, tradizionalmente associato ai viaggi e alle visite familiari, ne risente direttamente.
Crisi economica e inflazione
L’Iran attraversa una fase di forte pressione economica caratterizzata da inflazione elevata e svalutazione della valuta, con forte aumento dei costi dei beni. Risultato: molte famiglie celebrano il Nowruz in modo più sobrio, riducendo spese e rituali. La festa resta simbolicamente forte, ma materialmente più fragile.
Dopo le proteste degli ultimi anni (legate anche ai diritti civili e delle donne), il Nowruz diventa anche un momento di espressione sociale perché i giovani reinterpretano la festa e la sfruttano per un uso simbolico degli spazi pubblici
La lettura internazionale
La stampa internazionale tende a leggere il Nowruz in Iran come un momento di resilienza culturale e un simbolo di identità che sfugge al controllo politico. Alcuni commentatori sottolineano come il Nowruz sia una delle poche occasioni in cui l’intera società iraniana al di là delle divisioni si riconosce in un patrimonio comune. È una memoria storica vivente, che attraversa imperi e rivoluzioni e continua a definire cosa significa essere iraniani.
Passato e presente, identità e politica, speranza e incertezza. Intervista a M. Alessandra Filippi
M. Alessandra Filippi, ricercatrice indipendente e saggista specializzata in studi sul Mediterraneo e sul Medio Oriente, da un anno collabora da Istambul al sito ideeinformazione.org sul quale ha trattato questo argomento proprio pochi giorni fa.
Siamo al giorno dell’equinozio. Quasi non me ne sono accorta, tanto glaciale era qui il vento. E mentre la primavera germoglia tra i fiori, il popolo iraniano celebra il suo Capodanno, il Nowruz, festa più importante della Persia, che dura da almeno sei millenni. In questo giorno di rinascita, luce e memoria, è imperativo ricordare quanto sia preziosa la storia dei popoli e quanto sia fragile di fronte alla furia cieca di due nazioni senza storia e senza passato, responsabili di crimini continui, compreso l’ultimo illegale e proditorio attacco all’Iran.
Nessuno vuole condannarlo per quello che è: una violazione del diritto internazionale, un atto illegale che si profila come terroristico, e che porta con sé il principio perverso che chiunque abbia la forza può attaccare una nazione a piacimento. Sono questi atti che ci stanno portando sul baratro, cancellando millenni di storia, mentre il mondo vigliaccamente tace o resta impotente.
Ma in questo orrore, quello che è ancora prodigioso è la forza della natura. E così, in mezzo alle macerie di quello che è stato il mondo nel quale sono cresciuta, voglio raccontarvi una storia in occasione del Nowruz. Come faceva mio nonno quand’ero piccola, per sognare un po’.
Tulipani di Persia
C’era una volta un fiore che viaggiava attraverso il tempo e lo spazio, portando con sé la memoria di terre lontane e imperi scomparsi. Originario della Persia, il tulipano racconta una storia di aromi, colori e desideri che si intrecciano lungo i secoli. Molti lo associano all’Olanda, ai mercati folli del tardo Rinascimento, dove un bulbo poteva valere quanto una casa e sfoggiare la sua bellezza al collo di una dama come un gioiello prezioso. Ma la sua vera patria è più orientale di quanto si immagini: i suoi petali ricordano i turbanti di Costantinopoli e le linee sinuose dei bicchieri di çay, da cui gli abitanti sorseggiano il tè dalla prima luce dell’alba fino a notte fonda.
Fu sotto il sultano Ahmet III, nella prima metà del 1700, che il tulipano divenne il simbolo di un’epoca di pace e arti fiorenti: le pareti del suo palazzo erano adornate con immagini di questo fiore, mentre i bulbi viaggiavano verso tutta Europa, portando con sé un pezzo di quella magia ottomana. Nei tessuti ricamati, nei tappeti, nelle maioliche e nelle miniature, il tulipano danzava tra le mani degli artigiani, trasformando l’arte in un linguaggio condiviso tra Oriente e Occidente.
Oggi, Istanbul continua a celebrare questa eredità. Ogni primavera, i parchi e le aiuole della città si trasformano in un caleidoscopio di colori, grazie ai milioni di bulbi provenienti dai piccoli paesi intorno a Istanbul. Passeggiare tra i tulipani del Parco di Emirgan, ammirare il Gülhane Parki ai piedi del Topkapi Palace o respirare l’aria fresca del Beykoz Korusu significa ritrovarsi immersi in un mosaico di profumi e sfumature che parlano di antiche rotte, di commerci e di corti orientali.
Nel contemplare il tulipano, fiore che arriva dall’Oriente e che in Olanda ha solo trovato una seconda casa, auguriamoci che la vita, la storia e la cultura possano sempre rinascere, anche di fronte alla furia della cieca distruzione, nel rispetto del messaggio millenario del Nowruz.







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