Stipendi 2026, aumenti al 2,5% e prezzi su del 3%: quanto si perde in busta paga con 1.500, 2.000 o 2.500 euro
Il recupero degli stipendi sul carovita si è fermato. Lo ha certificato ieri il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Documento programmatico di finanza pubblica: nel 2026 le retribuzioni contrattuali cresceranno in media del 2,5%, mentre l’inflazione acquisita per l’anno ha già raggiunto il 3%. Per milioni di lavoratori dipendenti la busta paga torna così a correre più lentamente dei prezzi.

Cosa dicono gli ultimi dati
La stima dell’Istat tiene conto dei contratti rinnovati fino a fine agosto e ipotizza che tra settembre e dicembre non ne vengano firmati altri. Sul fronte dei prezzi, l’istituto usa l’indice armonizzato Ipca: il 3% è la crescita media che il 2026 registrerebbe anche se il costo della vita restasse fermo da qui a fine anno. Secondo Chelli, la fase in cui le retribuzioni nominali guadagnavano terreno, proseguita senza interruzioni dal quarto trimestre 2023 al primo trimestre 2026, «si è arrestata» in primavera, e la nuova fiammata dei listini «richiede particolare attenzione sul fronte delle dinamiche retributive».
Stamattina è arrivata anche la previsione del Fondo monetario internazionale, che nel World Economic Outlook stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, sopra il 3,1% atteso per l’area euro.
Perché i salari restano indietro
La spinta arriva soprattutto dalle bollette e dai carburanti. Nella stima preliminare di settembre l’Istat ha rilevato prezzi al consumo in rialzo del 4,2% su base annua, con l’energia regolamentata a +25,9% e quella sul mercato libero a +22,2%. Le paghe, invece, si muovono solo quando i contratti collettivi vengono rinnovati e seguono il calendario delle firme, che non coincide con quello dei rincari. Il 2,5% è un valore medio: chi ha ottenuto un rinnovo quest’anno può aver recuperato di più, chi lavora con un accordo scaduto resta indietro.
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Quanto si perde in busta paga
Per misurare l’effetto sul portafoglio abbiamo fatto una simulazione sui dati Istat, applicando a uno stipendio lordo mensile un aumento del 2,5% e confrontandolo con un rincaro del 3%. Si tratta di stime indicative, calcolate sul lordo e su valori medi. Con 1.500 euro lordi al mese l’aumento vale circa 37,50 euro, ma per conservare lo stesso potere d’acquisto ne servirebbero 45: ne mancano circa 7,50 al mese, quasi 100 euro su tredici mensilità. Con 2.000 euro lordi il divario sale a circa 10 euro al mese, 130 euro in un anno. Con 2.500 euro si arriva a circa 12,50 euro mensili, poco più di 160 euro annui.
Se la media del 2026 toccasse il 3,3% indicato dal Fmi, lo scarto si allargherebbe a 0,8 punti: circa 12 euro al mese per chi guadagna 1.500 euro lordi, 16 euro con 2.000 e 20 euro con 2.500.
Cosa può cambiare con la manovra
La partita passa ora alla legge di Bilancio, che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti punta a portare in Parlamento entro il 20 ottobre. Tra le misure allo studio ci sono il taglio dell’Irpef con l’aliquota al 33% fino a 60mila euro e l’ipotesi di alleggerire le tasse sulla tredicesima, interventi che potrebbero compensare in parte la perdita. Il primo passaggio è il Documento programmatico di bilancio, da inviare alla Commissione europea entro il 15 ottobre: sarà il testo in cui le misure cominceranno a prendere una forma più precisa.
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