Criptovalute: la lezione della Pepsi

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Ricordate la Pepsi Challenge? Si tratta di una trovata di marketing organizzata da Pepsi e portata avanti principalmente tra gli anni ’70 e ‘80. I rappresentanti di Pepsi allestivano uno stand all’interno di centri commerciali o luoghi pubblici e offrivano due bicchieri bianchi ai passanti. Uno conteneva Pepsi-Cola e l’altro Coca-Cola. Le persone venivano quindi incoraggiate ad assaggiare entrambe le cole e a scegliere quella che preferivano, senza sapere quale fosse. Sebbene moltissimi partecipanti pensassero istintivamente di preferire la Coca-Cola, durante la sfida la maggioranza ha scelto la Pepsi.

Nonostante la notorietà conferita dall’iniziativa al marchio Pepsi, la vittoria ha lasciato comunque l’amaro in bocca. La sfida non si è tradotta in un aumento significativo delle vendite di Pepsi-Cola. Infatti, sembrava che le persone non fossero disposte a “tradire” il marchio Coca-Cola per passare a quella che la sfida sembrava indicare come una cola più adatta ai loro gusti.

Il comportamento degli investitori in criptovalute ha molto in comune con la Pepsi Challenge.

La “Crypto Challenge”

Immaginiamo una sfida tra criptovalute, in cui descriviamo le caratteristiche quantitative del bitcoin ai gestori multi-asset senza nominare l’asset di cui stiamo parlando. Armati dei dati raccolti negli ultimi 11 anni o giù di lì, potremmo dire che:

  • questo asset ha battuto le azioni large cap e small cap, i titoli di Stato, le obbligazioni investment-grade e ad alto rendimento, così come l’oro, i REIT o le infrastrutture, in nove degli ultimi 12 anni1.
  • La correlazione di questa asset class calcolata negli ultimi 11 o 12 anni rispetto a tutte le asset class di cui sopra è stata inferiore al 25%[1].
  • La volatilità dell’asset è del 69% ma, grazie alla sua bassa correlazione, aggiungere l’1% di questo asset a un portafoglio 60/40 (60% MSCI All Country World, 40% Bloomberg Multiverse) ha aumentato la volatilità di appena lo 0,07% e il drawdown massimo dello 0,5%1.
  • Tale aggiunta dell’1% ha migliorato i rendimenti degli ultimi 11 anni dello 0,67% all’anno, pari a un eccezionale information ratio di 0,961.
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Chiediamo quindi agli investitori se ritengono che valga la pena aggiungere questo asset al loro attuale portafoglio e se sia opportuno approfondire l’argomento.

Non c’è dubbio che, considerando i dati puramente quantitativi sopra elencati e confrontandoli con quelli degli elementi di diversificazione attualmente utilizzati dagli investitori nei loro portafogli, questo asset riceverebbe molte risposte positive ed entusiaste. La correlazione con le azioni e il reddito fisso è inferiore a quella di asset comunemente utilizzati dagli investitori come materie prime, oro o REIT. Il potenziale di rendimento è nettamente superiore a quello di tutte le altre asset class spesso utilizzate e l’information ratio è in linea o superiore alla maggior parte delle strategie attive o degli hedge fund.

Pregiudizi cognitivi e convinzioni errate

Eppure, contrariamente a quanto avviene per le criptovalute fra gli investitori retail, l’attenzione degli investitori istituzionali rimane molto ridotta, anche se è recentemente cresciuta grazie al “richiamo” che ha seguito l’approvazione e il lancio di ETF sul bitcoin spot negli Stati Uniti.

Proprio come i consumatori che, di fronte alla prova tangibile della loro preferenza per la Pepsi, sono rimasti fedeli alla Coca-Cola, gli investitori istituzionali continuano a ignorare la nuova asset class rappresentata dalle criptovalute, respingendo tutte le ricerche che si stanno accumulando sul loro forte potenziale come fonte di crescita e diversificazione del portafoglio.

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Le criptovalute e, in particolare, il bitcoin continuano a portare con sé lo stigma di molte convinzioni errate e spesso contraddittorie, come quella che siano utilizzabili solo per attività criminali e, allo stesso tempo, che non abbiano alcun caso d’uso nella vita reale. Tali convinzioni errate sono alla base di un pregiudizio psicologico che impedisce a molti investitori di riconoscere fatti ormai difficili da confutare:

  • il bitcoin non è più una novità. Esiste da oltre 15 anni. È più vecchio di Instagram, WhatsApp o Uber ed è sopravvissuto a diversi “inverni delle criptovalute” che, secondo i critici, erano l’inizio della fine;
  • con una capitalizzazione di mercato di quasi 2.000 miliardi di dollari, le criptovalute rappresentano circa l’1,5% della capitalizzazione di mercato totale degli asset liquidi. Hanno ormai raggiunto dimensioni simili a investimenti istituzionali consolidati, come le obbligazioni ad alto rendimento, le obbligazioni indicizzate all’inflazione o le small cap dei mercati emergenti;
  • per un gestore multi-asset, assumere una posizione neutrale significa investire l’1,5% del proprio portafoglio in bitcoin e criptovalute (dato che questa è la ponderazione nel portafoglio di mercato). Non investire in criptovalute significa assumere un rischio asimmetrico negativo nei confronti dello spazio e scommettere attivamente contro l’asset class. Sicuramente non è una scelta che si può compiere a cuor leggero e senza un’attenta riflessione.
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Warren Buffett ha affermato: “La cosa che l’essere umano sa fare meglio è interpretare tutte le nuove informazioni in modo che le sue conclusioni precedenti rimangano intatte”. Al contrario, investire significa cercare di eliminare le emozioni e i pregiudizi e attenersi ai fatti. È ormai giunto il momento che il mondo degli investimenti applichi questo principio alle criptovalute.

 

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