19 marzo, Festa del papà. Un po’ di consumismo, ma tanto sentimento condiviso
Tra zeppole, piccoli doni e gesti quotidiani, una ricorrenza che racconta il cambiamento della figura paterna
Ogni anno il 19 marzo, giorno dedicato a Festa del papà, torna un appuntamento che si muove su un doppio binario: da un lato il rituale dei regali, dei dolci tradizionali e delle vetrine a tema, dall’altro una dimensione più intima e condivisa, fatta di relazioni, memoria e trasformazione dei ruoli familiari.

In Italia la data coincide con la festività di San Giuseppe, figura simbolica della paternità nella tradizione cristiana. Ma negli anni il significato della ricorrenza si è progressivamente ampliato, diventando uno specchio dei cambiamenti sociali e culturali che attraversano la famiglia contemporanea.
Il lato commerciale: un rito che si rinnova
Come molte ricorrenze, anche la Festa del papà non sfugge alla logica del consumo. Negozi e piattaforme online propongono ogni anno idee regalo che spaziano dagli oggetti più classici – cravatte, profumi, gadget tecnologici – fino a esperienze personalizzate. A questi si aggiunge un elemento tipicamente italiano: il consumo alimentare, con le zeppole di San Giuseppe protagoniste indiscusse delle pasticcerie.
Il giro d’affari, seppur inferiore rispetto ad altre festività come Natale o San Valentino, resta significativo e testimonia come anche i legami affettivi vengano, in parte, mediati dal mercato. Eppure ridurre questa giornata al solo aspetto commerciale sarebbe fuorviante.
Il valore simbolico: una festa che evolve
Negli ultimi anni, la figura del padre è cambiata profondamente. Da ruolo prevalentemente autoritario e distante, si è trasformata in una presenza più partecipativa, coinvolta nella cura quotidiana, nell’educazione e nella gestione emotiva della famiglia. La Festa del papà diventa così occasione per riconoscere una nuova presenza, non solo il ruolo del padre, il tempo condiviso, più che l’autorità: insomma, la relazione oltre alla funzione.
In molte scuole, i lavoretti dei bambini raccontano proprio questo cambiamento: non più solo il “papà che lavora”, ma il papà che gioca, cucina, accompagna, ascolta.
Tra assenze e nuove forme di paternità
Testo
Accanto alle celebrazioni, la ricorrenza porta con sé anche una dimensione più complessa. Non tutti vivono questa giornata nello stesso modo: per alcuni è un momento di ricordo, per altri la tristezza di relazioni interrotte. Allo stesso tempo, emergono nuove forme di paternità, dalle famiglie “ricomposte” ai padri single. alle genitorialità condivise e a modelli non tradizionali. Questo rende la Festa del papà sempre meno “standardizzata” e sempre più legata alle storie individuali.
Il sentimento che resiste al mercato
Nonostante la crescente componente commerciale, il cuore della ricorrenza resta un altro. Un messaggio, una telefonata, un gesto semplice spesso valgono più di qualsiasi regalo. In un contesto in cui il tempo è sempre più frammentato, la vera ricchezza sembra essere proprio quella di fermarsi e riconoscere un legame.
Oggi ho letto con emozione una storia appena pubblicata su Facebook, che desidero condividere con voi: non una storia strappalacrime che la TV italiana è solita proporre, ma una storia vera di una famiglia come quella di tutti noi.
M. Alessandra Filippi FESTA DEL PAPA’ FRA FIABE E VISIONI
Oggi, nella festa dei papà, penso a due uomini straordinari.
Il primo è mio nonno, Cesare Voghera, il papà della mia mamma, ingegnere navale della Fiat, figlio di una vecchia famiglia ebraica veneta che dal 1500 ha tracciato la sua storia in queste terre. Durante la guerra, mentre il fascismo cercava di cancellare il suo mondo, fu salvato da VIttorio Valletta, il direttore generale della Fiat, che lo fece “trafugare” dall’Arsenale nelle ore decisive, e chi lo fece dovette addirittura nasconderlo nella spazzatura per farlo arrivare fino a Taranto.
Dopo la guerra, il nonno dedicò la sua vita a progettare pozzi petroliferi in tutto il Medio Oriente: quasi ogni impianto costruito tra il 1946 e il 1972 portava la sua firma: C.V.. Il nonno era maestro di understatement, capace di lasciare il segno più profondo con la minima apparizione.
Ma ciò che ricordo più di tutto non è la sua ingegnosità, né il suo talento, ma la sua grande umanità e la capacità di amare e trasmettere curiosità. Ogni ritorno era una fiaba per i suoi nipoti: regali, racconti, magie quotidiane che trasformavano il suo mondo in un libro delle Mille e una notte per noi.
Il secondo, ma non per importanza, è mio padre, geniale e impossibile, morto giovanissimo. Una mente sopraffina di economista e imprenditore visionario. Negli anni Ottanta anticipò la moda dei fuoristrada di lusso, producendo il Magnum di Rayton Fissore, il primo vero fuoristrada di lusso italiano. Era un uomo che vedeva oltre, che trasformava le idee in realtà, e che ha insegnato a chi gli stava vicino a osare, a non fermarsi davanti all’ovvio. Lo ha insegnato a me. Con una durezza la cui utilità ho compreso solo da adulta.
Oggi celebro i papà che hanno il coraggio di proteggere, di sognare e di insegnare, quelli che trasformano le difficoltà in avventure e le storie di famiglia in leggende quotidiane. I miei papà mi hanno mostrato che il tempo e la storia si attraversano con coraggio, ingegno e amore.
Nella foto: mio nonno negli anni Settanta, in Arabia Saudita.

Per equità
una foto con mio padre, io avevo 14 anni, lui 41. Lui era anche un bravissimo velista, eravamo in Sardegna, a Porto Raphael…








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