Italia: luce accesa sui lavoratori in nero. La Guardia di Finanza ne ha scoperti quasi 60mila

Pierpaolo Ponzone -

Siamo primi in Europa anche nell’evasione fiscale

di Pierpaolo Ponzone — 

La GdF conferma che i lavoratori invisibili, senza contratto e costretti all’irregolarità sono quasi 60mila, il 32% in più dei 45mila scoperti nello stesso periodo precedente.

I numeri sono da baratro civile e sociale e si riferiscono al periodo compreso tra il 1° gennaio del 2023 e il 31 maggio di quest’anno. Questi dati sono nel Rapporto Operativo della GdF e sono stati resi pubblici nel corso dei festeggiamenti per il 250º compleanno della stessa Arma.

Il caso di Satnam Singh, morto nell’Agro pontino dopo esser stato abbandonato dal “caporale” davanti alla sua abitazione con il braccio tranciato, è l’ennesimo decesso provocato da un mercato del lavoro drogato da una liberalizzazione senza regole e popolato da uomini e donne che arrivano in Italia da Nazioni lontane più di 6500 km per coltivare i campi del Belpaese ripagati con paghe da fame, alloggi (quando ci sono) a dir poco fatiscenti e zero tutele.

Le denunce di infortunio sono aumentate del 6,8% rispetto a gennaio 2023. Erano 39.493 a fine gennaio 2023, e nel 2024 sono passate a 42.166. La black list dell’anno in corso vede in testa (al momento) le Attività Manifatturiere (3.752), la Sanità (2.112), le Costruzioni (1.810), il Trasporto e Magazzinaggio (1.778) ed infine il Commercio (1.703).

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Chi controlla? Il dramma del lavoro sommerso (che pure fa crescere pezzi di economia nazionale) dovrebbe essere contrastato dagli Ispettori del Lavoro, ai quali lo Stato non paga gli arretrati dal 2020 costringendoli allo sciopero (autunno 2023). In organico ne abbiamo pochissimi, circa 4000 che hanno peraltro le retribuzioni più basse della Pubblica Amministrazione (rispetto a compiti vasti e importantissimi).

Di questi tempi, ogni impresa italiana con dipendenti ha la probabilità di ricevere un controllo dagli Ispettori del lavoro una volta ogni undici anni e mezzo. Inutile chiedersi “a chi giova” una situazione del genere.

Da dieci anni non riusciamo a qualificarci ai Mondiale di calcio, ma siamo primi in Europa nell’evasione fiscale; negli ultimi 12 mesi sono stati sottratti 8,3mld alle casse pubbliche. Ben 8.738 gli evasori del territorio italico. In ambito internazionale poi, sarebbero più di 1000 i casi di evasione tra residenze fiscali fittizie, illecita detenzione di capitali all’estero o manipolazione dei prezzi di trasferimento. Una quota di individui e imprese completamente sconosciuti al Fisco, rimasta pressoché invariata rispetto al precedente accertamento, che ne registrò 8.900. Le indagini nel contrasto all’evasione e alle frodi fiscali hanno permesso alla GdF di denunciare quasi 20mila soggetti per reati tributari e di arrestarne più di 400.

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Nella UE, in assoluto l’Italia è al primo posto con 190,9 mld evasi ogni anno, mentre al secondo e al terzo posto seguono Germania (125,1 mld) e Francia (117, 9 mld). Ma anche in ambito europeo esistono delle “contraddizioni in termini”.

Molto brillantemente la UE si è preoccupata di stilare una lista delle giurisdizioni (12) non cooperative a fini fiscali per combattere l’evasione e l’elusione fiscali, ovvero Stati che non hanno rispettato gli impegni assunti per conformarsi ai criteri di buona governance fiscale entro un termine specifico o Paesi che si sono rifiutati di farlo (Samoa americane, Anguilla, Antigua e Barbuda, Figi, Guam, Palau, Panama, Russia, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini degli Stati Uniti, e Vanuatu).

Ma molto opacamente della stessa UE fanno parte Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta, il top europeo del paradiso fiscale. Tecnicamente questi “magnifici sei” permettono l’elusione fiscale, in sostanza un dumping fiscale contrario al principio di solidarietà tra i membri dell’Unione previsto dai Trattati.

Certo, l’Italia avrebbe bisogno di un imponente riordino legislativo attraverso Leggi Quadro tematiche, semplici e ben scritte (vd. UK), e per farlo servirebbero non meno di due legislature “di solidarietà nazionale”, ma anche la UE dovrebbe eliminare le troppe ipocrisie che spesso la rendono indigeribile agli occhi dei cittadini europei (ma digeribilissima per i suoi tecnocrati e le lobbies europee e straniere).

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La nuova frontiera per la politica nazionale e comunitaria è fatta di riforme oneste che consentano ai suoi abitanti di vivere in maniera sostenibile i tanti cambiamenti economici e geopolitici in corso. Solo questo, e non è poco. Prima si procederà su questa strada e meglio sarà, per la Democrazia e per gli europei.

 

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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