L’impatto dell’Ai sull’ambiente, l’allarme dell’ONU: tre conseguenze
Kaveh Madani, direttore dell’Istituto Universitario per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università dell’ONU, ha presentato il rapporto dedicato all’impatto che l’IA ha sull’ambiente, sottolineando come la situazione sia sottovalutata, ma con qualche accortezza di potrebbe imboccare la strada di quella che viene chiamata “IA responsabile”.
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come la tecnologia destinata a cambiare il mondo. Dalla diagnosi precoce delle malattie alla scoperta di nuovi farmaci, dalla gestione delle reti energetiche ai sistemi di assistenza personalizzata, le applicazioni sembrano moltiplicarsi giorno dopo giorno. Ma mentre cresce la potenza dei modelli e aumentano le richieste di calcolo, cresce anche un’altra impronta, molto meno visibile: quella lasciata sull’ambiente. A lanciare l’allarme è un nuovo rapporto “Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints” dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH), che per la prima volta prova a quantificare non soltanto le emissioni di carbonio associate all’intelligenza artificiale, ma anche il consumo di acqua e l’utilizzo del suolo necessari a sostenere la corsa globale all’IA.
Dietro ogni chatbot c’è un’infrastruttura fisica
Uno dei messaggi centrali del documento è che l’intelligenza artificiale non è soltanto software. Dietro ogni risposta generata da un chatbot, ogni immagine creata da un algoritmo o ogni ricerca potenziata dall’IA esiste una rete di data center, server, sistemi di raffreddamento, linee elettriche, miniere per l’estrazione di minerali critici e infrastrutture energetiche distribuite in tutto il mondo. “L’intelligenza artificiale non è solo codice“, scrivono gli autori. È anche silicio, acqua, energia, terre rare e territorio.

Numeri che fanno riflettere
Secondo le stime contenute nel rapporto, entro il 2030 i data center che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno. Una quantità enorme, quasi tre volte superiore al consumo elettrico complessivo di Pakistan, Bangladesh e Nigeria messi insieme, Paesi che ospitano oltre 650 milioni di persone. Se i data center fossero uno Stato indipendente, diventerebbero il sesto consumatore di elettricità al mondo. L’impatto non riguarda soltanto l’energia. Gli autori stimano che il fabbisogno idrico associato al funzionamento delle infrastrutture digitali necessarie all’IA potrebbe equivalere al consumo domestico annuo di base di tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana. Allo stesso tempo, l’impronta territoriale delle infrastrutture energetiche necessarie per alimentare questi sistemi potrebbe superare i 14.500 chilometri quadrati, una superficie pari a circa il doppio dell’area metropolitana di Giacarta.
Il problema non è solo il carbonio
Finora il dibattito sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto sulle emissioni di gas serra prodotte dall’addestramento dei grandi modelli linguistici e dall’attività dei data center. Secondo gli esperti dell’ONU, però, questo approccio rischia di offrire una fotografia incompleta. Ogni chilowattora utilizzato per addestrare o far funzionare un sistema di IA comporta infatti tre diverse conseguenze ambientali: un’impronta di carbonio legata alla produzione dell’energia, un’impronta idrica dovuta ai processi di raffreddamento e una pressione sul territorio collegata alle infrastrutture energetiche e alle filiere industriali necessarie per sostenerle. Il punto critico è che questi tre indicatori non si muovono sempre nella stessa direzione. Il rapporto evidenzia, ad esempio, che la sostituzione del carbone con la bioenergia può ridurre fino al 70% l’impronta di carbonio dell’elettricità, ma aumentare di oltre trenta volte il consumo di acqua e di circa cento volte l’utilizzo del suolo. Per questo motivo, spiegano i ricercatori, non è sufficiente valutare la sostenibilità dell’intelligenza artificiale utilizzando un solo parametro ambientale.
Un’altra questione spesso trascurata riguarda l’hardware necessario a sostenere l’espansione dell’intelligenza artificiale. Server, processori, schede grafiche e sistemi di archiviazione richiedono grandi quantità di litio, cobalto, gallio e terre rare, la cui estrazione comporta impatti ambientali e sociali significativi. A fine vita, queste infrastrutture diventano rifiuti elettronici. Secondo il rapporto ONU, entro il 2030 il settore dell’IA potrebbe generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, una quantità paragonabile allo smaltimento di circa 250 Torri Eiffel ogni anno.
Gli autori chiedono un approccio più ampio alla sostenibilità dell’intelligenza artificiale, fondato su sei principi: trasparenza, efficienza fin dalla progettazione, equità e giustizia ambientale, responsabilità lungo l’intero ciclo di vita delle tecnologie, cooperazione internazionale e utilizzo sostenibile.





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