Vincenzo Castella: “Timeless Archaeology”. L’arte come procedimento o il genere della fotografia è morto
“Timeless Archaeology”, a cura di Marco Scotini, è la mostra inaugurata alla Galleria Building. Il titolo, in armonia con il nome della galleria, invita con naturalezza a entrare nello spazio espositivo.
— di Alena Afanaseva, Ciclo d’arte —

Vincenzo Castella (Napoli, 1952) adotta uno sguardo radicalmente desoggettivizzato. Castella fotografa questi giganteschi macchinari siderurgici nell’esatto momento del loro declino, nella fase di transizione tra l’economia fordista e meccanica e il modello post-fordista della flessibilizzazione e della digitalizzazione. Pochi minuti di conversazione con un vero artista lasciano una traccia nel tempo. Alla domanda su come oggi venga percepito il genere fotografico, alla luce della velocità delle tecnologie e dell’iperproduzione di informazioni visive, la sua risposta è stata breve ma densa di significato. “Non c’è più il genere fotografia, non c’è più quel ‘остранение’ (pronunciato in russo), ‘straniamento’, secondo la definizione del filologo Viktor Šklovskij.”
Sono rimasta con la bocca aperta: con una sola frase egli ha tracciato la differenza tra arte e quotidianità, tra esperienza creativa e automatismo percettivo.
La capacità di guardare le cose “in modo diverso”
Quello “scarto”, la capacità di guardare le cose “in modo diverso”, di trattenere l’attenzione dello spettatore e di orientarne lo sguardo, come afferma il manifesto di Viktor Šklovskij del 1929: “L’automatizzazione divora le cose: il vestito, il mobile, la moglie e la paura della guerra. Se tutta una vita complessa viene vissuta inconsapevolmente, allora questa vita è come se non fosse mai esistita.” (Annotazione dal diario di Lev Tolstoj, 29 febbraio 1897, Nikolskoe. “Letopisi”, dicembre 1915, p. 354.)
“Se tutta una vita complessa viene vissuta inconsapevolmente, allora questa vita è come se non fosse mai esistita.” Ed è proprio per restituire la sensazione della vita, per rendere la pietra “pietra”, che esiste ciò che chiamiamo arte. Lo scopo dell’arte è dare la sensazione dell’oggetto come visione, non come riconoscimento. Il procedimento artistico è quello dello “straniamento” degli oggetti e della forma resa difficile, che aumenta la durata e la complessità della percezione, poiché il processo percettivo nell’arte è fine a sé stesso e deve essere prolungato.

L’arte è un modo di vivere il fare delle cose, e ciò che è fatto nell’arte non è importante in sé. La fotografia contemporanea, spesso ridotta a un automatismo di registrazione del reale, ha perso questo “straniamento”, per non parlare dell’incessante produzione di contenuti visivi. Nella mostra Timeless Archaeology, aperta dal 5/06 al 3/10 presso la Galleria Building (Via Monte di Pietà 23, 10–19), l’artista cattura il momento del declino nella fase di transizione, abbracciando il passato con lo stesso distacco evocato nel manifesto di Šklovskij, conducendo lo spettatore fuori dall’“automatismo della percezione” e mostrando gli oggetti consueti come se li si vedessero per la prima volta.





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