Il lato amaro del cioccolato: mentre il mondo celebra la sua giornata, la filiera del cacao affronta una crisi senza precedenti
Il 7 luglio il mondo celebra il cioccolato, uno degli alimenti più amati di sempre. La ricorrenza viene comunemente associata alla nascita della prima tavoletta moderna, realizzata nel 1847 dall’imprenditore inglese Joseph Fry, che riuscì a trasformare una miscela di cacao, zucchero e burro di cacao in un prodotto solido destinato a rivoluzionare il mercato. Altre ricostruzioni fanno invece risalire la Giornata mondiale all’arrivo del cacao in Europa nel XVI secolo. Dietro la celebrazione, però, si nasconde una filiera sotto pressione come non era mai accaduto negli ultimi decenni.

Un’industria globale con l’Europa al centro
Il cioccolato rappresenta oggi un’industria da miliardi di euro. Secondo l’International Cocoa Organization, nella stagione 2024/2025 la lavorazione mondiale delle fave di cacao, il cosiddetto grinding che misura la domanda industriale, si è attestata intorno ai 4,6 milioni di tonnellate, con l’Europa che si conferma il principale polo di trasformazione della materia prima. Anche l’Italia occupa una posizione di rilievo: i dati Eurostat mostrano che nel 2023 il nostro Paese è stato il quinto esportatore europeo di cioccolato verso i mercati extra-UE, con circa 92 mila tonnellate vendute all’estero, pari all’11% dell’intero export comunitario. Davanti all’Italia figurano Germania, Paesi Bassi, Polonia e Belgio, che insieme concentrano oltre i tre quarti delle esportazioni europee.
La crisi della materia prima
Dietro questi numeri si nasconde una filiera sempre più fragile. Il cacao viene coltivato principalmente in Africa occidentale, con Costa d’Avorio e Ghana che da soli forniscono circa il 60% della produzione mondiale. Negli ultimi anni questi Paesi hanno dovuto affrontare condizioni climatiche sempre più estreme, tra piogge irregolari, temperature elevate e diffusione di malattie delle piante, a cui si aggiungono deforestazione e invecchiamento delle piantagioni, fattori che riducono ulteriormente la produttività agricola.
Le conseguenze sono state immediate sui mercati. Nel corso del 2024 il prezzo del cacao ha raggiunto livelli mai registrati prima, superando i 12.900 dollari per tonnellata sui mercati internazionali, per poi ridimensionarsi nei mesi successivi. Le quotazioni restano comunque sensibilmente più elevate rispetto ai livelli medi degli anni precedenti. L’ICCO ha stimato che la stagione 2023/2024 si è chiusa con un deficit globale di circa 490 mila tonnellate, il più consistente degli ultimi decenni, anche se per il 2024/2025 le stime indicano un graduale ritorno verso l’equilibrio grazie alla ripresa della produzione.
Cosa succede nelle fabbriche e sugli scaffali
L’aumento del costo della materia prima mette i produttori di fronte a una scelta difficile: aumentare i prezzi oppure modificare le ricette per contenere i costi. In alcuni casi cresce il ricorso a ingredienti meno costosi, come lo zucchero, mantenendo il rispetto dei requisiti previsti dalla normativa europea.
La Direttiva 2000/36/CE stabilisce che un prodotto possa essere commercializzato come “cioccolato” purché contenga almeno il 35% di sostanza secca totale di cacao, senza fissare alcun limite massimo alla quantità di zucchero. Questo lascia ai produttori ampi margini nella formulazione, purché vengano rispettati i requisiti minimi. Il risultato pratico, soprattutto nelle fasce di prezzo più basse, è che il consumatore potrebbe ritrovarsi davanti a tavolette con una percentuale di cacao ridotta al minimo consentito e una quota crescente di zuccheri, senza che questo costituisca una violazione delle regole vigenti, ma con un impatto significativo sulla qualità effettiva del prodotto.
Una filiera che chiede adattamento
La domanda mondiale di cioccolato resta elevata nonostante le difficoltà, ma la pressione sui costi, l’instabilità climatica nelle aree di produzione e i margini sempre più stretti per i coltivatori disegnano uno scenario in cui la tenuta della filiera dipenderà dalla capacità del settore di investire in pratiche agricole più resilienti, dalla distribuzione più equa del valore lungo la catena produttiva e da una regolamentazione europea che tuteli anche la qualità del prodotto finale, non solo la sua denominazione.





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