Marcello Morandini: “la Fondazione come spazio vivo della ricerca”

Flavio Siano - Guest Author - esperto finanza e automotive -

Dalla sua esperienza artistica alle mostre temporanee dedicate ad altri autori, fino a “Morfologie di Luce” di Antonio Barrese

Abbiamo intervistato Marcello Morandini, tra i più autorevoli protagonisti dell’arte concreta e del design internazionale, in occasione della nuova stagione espositiva della Fondazione Morandini di Varese. Un dialogo che va oltre l’attualità della mostra per ripercorrere oltre sessant’anni di ricerca, riflettere sul rapporto tra arte e tecnologia, sul valore della geometria come linguaggio universale e sulla visione culturale che oggi anima la Fondazione.

Il suo lavoro ha attraversato oltre mezzo secolo senza mai inseguire le mode. Qual è il principio irrinunciabile che ha guidato ogni sua scelta artistica e imprenditoriale?

M.M.: Il principio irrinunciabile è stato la coerenza. Ma non intendo una coerenza immobile, che ripete sempre la stessa cosa. Direi, più semplicemente, che ho cercato di non barare mai con me stesso. Ho scelto la geometria non come uno stile da applicare, ma come un territorio di conoscenza. Una forma che crediamo di conoscere non è mai veramente conclusa: se la osserviamo nella sua struttura, può generare infinite altre forme. Per questo, dopo più di sessant’anni, continuo ancora a trovare qualcosa che non avevo visto prima.

Anche nel design, nell’architettura e nei rapporti con l’industria ho cercato di difendere la stessa idea: un progetto deve avere una ragione, deve rispettare l’uomo, l’uso, la materia e lo spazio. L’economia è necessaria, ma non può diventare la ragione culturale di un progetto. Le mode passano perché nascono per essere sostituite; una ricerca autentica, invece, continua a trasformarsi senza perdere la propria identità.

La Fondazione Morandini a Varese non è solo un museo, ma un progetto culturale. Quale eredità desidera lasciare alle nuove generazioni di artisti, designer e imprenditori creativi?

M.M.: Non ho mai pensato alla Fondazione come a un monumento dedicato a me stesso. Un museo che conserva soltanto il passato rischia di diventare un luogo immobile. Io desidero che questa sia una casa viva, nella quale si studia, si ascolta musica, si incontrano artisti, si lavora con i bambini e si producono nuove idee. Ho già detto che la Fondazione non è mia: è della comunità. Il mio nome indica una responsabilità, non una proprietà. L’eredità che vorrei lasciare non è soltanto un insieme di opere, ma un metodo: curiosità, disciplina, precisione, libertà e rispetto anche per il lavoro degli altri.

Ai giovani vorrei trasmettere soprattutto la consapevolezza che arte, design e impresa non sono mondi separati. Possono dialogare quando alla base esiste una cultura del progetto. Essere creativi non significa soltanto avere una buona idea: significa saperla sviluppare, verificarla, costruirla e assumersene la responsabilità. Vorrei che chi entra qui sentisse di poter cercare la propria strada, senza dover imitare la mia.

In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla produzione digitale, quale valore conserva il rigore della geometria e della progettazione manuale che caratterizza la sua opera?

M.M.: Ho rispetto per l’intelligenza artificiale e per ciò che la tecnologia sta sviluppando. Non credo però che uno strumento, per quanto potente, possa sostituire la necessità emotiva di una ricerca interiore. Per me questa ricerca passa ancora attraverso il lavoro manuale, il disegno, il tempo trascorso al mio tecnigrafo: è lì che il pensiero prende forma e che nasce veramente il progetto.

Io lavoro ancora manualmente, con il mio tecnigrafo. Nel disegno manuale c’è il tempo dell’osservazione, c’è la resistenza, c’è l’errore; e c’è sempre una linea che suggerisce una possibilità inattesa. Questa lentezza non è nostalgia: è una forma di emozione conoscitiva. Un computer può produrre in pochi secondi migliaia di variazioni geometriche. Ma il problema dell’artista non è produrre migliaia di forme: è comprendere perché una sola di esse sia necessaria. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile, ma non deve diventare l’autore. La scelta, il dubbio, la responsabilità e il significato restano umani.

Se dovesse condensare in un’unica lezione tutto ciò che la sua carriera le ha insegnato, quale consiglio darebbe a un giovane che oggi vuole costruire un percorso artistico capace di durare nel tempo?

M.M: Direi loro di non cercare subito uno stile, ma di imparare prima a conoscere se stessi e a costruire il proprio habitat. Bisogna lavorare ogni giorno, guardare molto dentro se stessi, studiare ciò che è stato fatto e confrontarsi con gli altri. Dagli incontri si impara moltissimo: dagli artisti, dagli artigiani, dagli imprenditori seri, dalle persone dotate di cultura e di grande professionalità. Poi, però, arriva il momento in cui si rimane soli davanti al proprio lavoro, e lì è obbligatorio non barare.

Non bisogna costruire un percorso pensando alla visibilità, al mercato o al successo immediato. Bisogna costruire qualcosa nel quale si possa continuare a credere anche quando nessuno guarda. La durata non può essere programmata: è una conseguenza della qualità, della coerenza e della capacità di rimettersi continuamente in discussione. La geometria non cambia; cambiamo noi, e cambia il nostro modo di comprenderla e usarla.

La Fondazione inaugura la mostra Morfologie di Luce di Antonio Barrese. Perché ha ritenuto importante dedicare oggi una mostra a questo artista e quale dialogo vede tra la sua ricerca e quella di Barrese?

M.M.: Antonio, prima ancora di essere un collega, è un amico. Abbiamo condiviso quel clima straordinario degli anni Sessanta e Settanta, quando si credeva veramente che l’arte, il design, la scienza e la tecnologia potessero contribuire a cambiare la società. In alcuni momenti le nostre strade si sono allontanate, anche geograficamente. Io ho sviluppato una parte importante del mio lavoro in Germania e in Svizzera; Antonio ha proseguito soprattutto in Italia, compiendo anche altre esperienze, tra cui quella brasiliana. Ma la distanza non ha cancellato l’origine comune né l’amicizia. Oggi ci ritroviamo con percorsi differenti, ma entrambi ancora al lavoro, ancora curiosi ed entusiasti della scelta che abbiamo fatto nella vita.

Antonio, con il MID, ha partecipato a una delle esperienze più avanzate della ricerca italiana. Il gruppo ha utilizzato luce, elettronica, movimento, comunicazione e partecipazione dello spettatore quando ancora non si parlava di arte digitale o multimediale nel senso attuale. Dedicargli oggi una mostra non significa compiere un omaggio conclusivo, ma riconoscere una ricerca ancora viva e capace di parlare al presente. Il nostro dialogo nasce dal progetto. Io cerco di rendere visibile il movimento attraverso la struttura geometrica delle forme; Antonio utilizza la luce, il tempo, la tecnologia e l’interazione per rendere visibile ciò che normalmente l’occhio non percepisce. I linguaggi sono diversi, ma entrambi nascono dal desiderio di conoscere e trasformare lo spazio.

La luce è la materia prima della mostra, mentre la geometria è da sempre il cuore del suo linguaggio artistico. In che modo queste due dimensioni si incontrano e quale esperienza si aspetta che viva il visitatore?

M.M.: La luce e la geometria non sono realmente separabili. La luce rende visibile la forma, mentre la geometria dà una struttura alla luce. Senza la luce lo spazio non si manifesta; senza una struttura, la luce rimane un fenomeno che non riusciamo a leggere. Nelle opere di Antonio la luce diventa materia, movimento, tempo e ambiente. Può alterare la percezione dell’architettura, moltiplicare un’immagine, rivelare un movimento o generare una relazione fisica con chi osserva. Nel mio lavoro la geometria agisce quasi come una partitura: stabilisce rapporti, tensioni, intervalli e movimenti. Potremmo dire che io costruisco la struttura sulla quale la luce può scrivere, mentre Antonio utilizza la luce stessa per generare la struttura.

Mi aspetto che il visitatore non rimanga semplicemente davanti alle opere, ma che entri nel loro campo d’azione. Alcuni lavori richiedono vicinanza, movimento e partecipazione. Vorrei che il pubblico provasse sorpresa e piacere, ma soprattutto che uscisse dalla mostra con una maggiore consapevolezza del proprio modo di vedere. Guardiamo continuamente, ma molto spesso non osserviamo.

Qual è la visione culturale che guida la programmazione della Fondazione e quale ruolo vuole che Varese ricopra nel panorama dell’arte contemporanea?

M.M.: La programmazione della Fondazione non nasce dalle mode del momento. Cerchiamo artisti e ricerche che abbiano una necessità, una storia e ancora qualcosa da dire. Mettiamo in relazione maestri del Novecento, esperienze che non hanno ricevuto tutta l’attenzione che meritavano e artisti contemporanei capaci di continuare la ricerca. Abbiamo presentato l’arte concreta e costruttiva, la geometria, il design, la poesia concreta, la luce, l’arte cinetica e programmata; abbiamo avviato residenze e progetti site-specific e costruito rapporti con la musica e la didattica. Non vogliamo soltanto celebrare dei nomi: vogliamo mostrare le relazioni esistenti tra le discipline e tra le generazioni. Una cultura rimane viva quando viene confrontata con il presente.

Varese non deve considerarsi una città periferica e non deve imitare altri luoghi. Deve riconoscere la propria qualità, la propria storia industriale e progettuale, la posizione internazionale che naturalmente possiede e il patrimonio di artisti e professionisti che vivono o transitano qui. Vorrei che la Fondazione contribuisse a fare di Varese un laboratorio culturale di dimensione umana ma di apertura internazionale: un luogo nel quale musei, scuole, università, imprese, istituzioni e cittadini collaborino. Una città culturalmente forte non nasce da un unico museo o da un singolo artista; nasce da un motore collettivo. La Fondazione può essere uno degli ingranaggi di questo motore, aperto ai cittadini ma anche agli artisti, ai curatori e al pubblico internazionale.

Flavio Siano – riproduzione riservata

N.d.R. La Redazione desidera esprimere un sentito ringraziamento al Maestro Marcello Morandini per la cortese disponibilità, la professionalità con cui ha condiviso il proprio percorso umano e artistico e il tempo dedicato a questa intervista. Un ringraziamento va inoltre alla Fondazione Marcello Morandini e al suo staff per la preziosa collaborazione, l’accoglienza e il supporto nell’organizzazione. Per conoscere il calendario delle mostre, le attività culturali e i progetti della Fondazione è possibile consultare i canali ufficiali dell’istituzione:

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Flavio Siano - Guest Author

Economist - Corporate Advisor - Lamiafinanza.it Guest Author

Accanto all’attività professionale, coltiva da sempre una forte passione per la scrittura, intesa come spazio di riflessione e approfondimento su temi di attualità. I suoi interessi – che spaziano dalla finanza classica alle criptovalute, dall’automobilismo allo sport – alimentano uno sguardo attento ai cambiamenti economici e industriali, con particolare attenzione al dialogo tra passato e futuro. Dopo un percorso di studi tra Italia e Stati Uniti e la Laurea Magistrale in Economia e Commercio, Flavio Siano costruisce un’esperienza professionale di oltre dieci anni nel settore finanziario. Il suo lavoro si sviluppa in contesti internazionali, tra multinazionali e realtà di medie dimensioni, dove si occupa di analisi finanziaria, controllo di gestione e strategie di business development in ambiti industriali eterogenei. Nel corso della sua carriera lavora per grandi gruppi come IBSA, STELLANTIS e CNH, maturando una visione concreta e trasversale del rapporto tra industria, finanza e innovazione.

Areas of Expertise: economia internazionale, finanza classica e alternativa, automotive
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