Decreto Lavoro 2026: incentivi alle assunzioni, salario giusto e stretta sulle piattaforme

Approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 aprile 2026, su iniziativa della Presidente Giorgia Meloni e della ministra del Lavoro Marina Calderone, il nuovo Decreto Lavoro, noto anche come “Decreto Primo Maggio”, entrerà in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, prevista proprio in occasione della Festa dei Lavoratori.
Il provvedimento, che mobilita circa 934 milioni di euro, interviene in modo urgente su tre ambiti chiave per il sistema produttivo: promozione dell’occupazione stabile, garanzia di retribuzioni adeguate e contrasto allo sfruttamento nelle piattaforme digitali.
Si tratta di una misura di politica attiva pensata per ridurre i divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno e nella ZES Unica, incentivare l’accesso al lavoro per giovani e donne e diminuire il costo del lavoro per le imprese private, a fronte però di precisi requisiti in termini di rispetto contrattuale e crescita occupazionale effettiva.
Incentivi contributivi: conferme e novità
Il fulcro del decreto è rappresentato da un sistema di esoneri contributivi totali (100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, esclusi i premi INAIL) per un massimo di 24 mesi, con importi variabili a seconda della categoria di lavoratori e dell’area geografica. L’accesso agli incentivi è vincolato a condizioni stringenti: incremento netto dell’occupazione, assenza di licenziamenti nei sei mesi precedenti (salvo giusta causa o motivo oggettivo), rispetto del “salario giusto” e limiti di spesa complessivi.
Per l’assunzione di under 35 disoccupati o svantaggiati, non dirigenti, è previsto uno sgravio fino a 500 euro mensili, che sale a 650 euro nelle aree della ZES Unica e nelle zone di crisi. La misura si applica sia alle nuove assunzioni a tempo indeterminato sia alle trasformazioni da contratti a termine effettuate nel 2026.
Per le donne in condizioni di svantaggio o inattività da almeno sei mesi, l’esonero arriva fino a 650 euro al mese, incrementato a 800 euro nelle aree del Mezzogiorno incluse nella ZES Unica.
Viene introdotto anche un incentivo specifico per la stabilizzazione dei giovani con contratti precari: riguarda le trasformazioni in tempo indeterminato di rapporti a termine (fino a 12 mesi complessivi) attivati entro il 30 aprile 2026 e convertiti tra agosto e dicembre dello stesso anno. In questo caso lo sgravio è totale fino a 500 euro mensili per due anni, ma solo per under 35 senza precedenti esperienze a tempo indeterminato.
Per le microimprese (fino a 10 dipendenti) situate nella ZES Unica del Mezzogiorno, è previsto uno sgravio fino a 650 euro mensili per l’assunzione di disoccupati over 35 da almeno due anni.
Queste misure rappresentano un’estensione e un rafforzamento degli incentivi già in scadenza ad aprile 2026, con maggiore attenzione alla stabilizzazione dei contratti brevi e allo sviluppo del Sud. Per le aziende si traduce in un risparmio significativo sul costo del lavoro (fino a circa 12.000–19.200 euro annui per dipendente) ma solo in presenza di assunzioni stabili e di qualità.
“Salario giusto”: requisito per gli incentivi
Il decreto introduce il principio di “salario giusto”, inteso come il trattamento economico complessivo previsto dai Contratti Collettivi Nazionali sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative. Le imprese dovranno applicare tali standard retributivi per poter accedere agli sgravi contributivi, escludendo di fatto l’utilizzo di contratti non rappresentativi o accordi al ribasso.
Per i contratti collettivi scaduti, se non rinnovati entro un anno, è previsto un adeguamento automatico pari al 30% della variazione dell’indice IPCA. La norma si applica ai contratti in scadenza dopo l’entrata in vigore del decreto, mentre per quelli già scaduti l’effetto partirà dal 1° gennaio 2027. Nei settori stagionali, come turismo e agricoltura, gli adeguamenti saranno legati a indicatori specifici definiti dalla contrattazione.
L’obiettivo è contrastare il dumping salariale e favorire condizioni di concorrenza più eque tra imprese.
Incentivi per la conciliazione vita-lavoro
È previsto un ulteriore sgravio contributivo dell’1%, fino a un massimo di 50.000 euro annui per azienda, destinato alle imprese, pubbliche e private, che ottengono la certificazione UNI/PdR 192:2026. Questa certificazione attesta l’adozione di politiche aziendali orientate al welfare, alla flessibilità organizzativa, al supporto alla genitorialità e alla parità di genere.
Si tratta di un incentivo di tipo premiale, volto a sostenere le aziende che investono in benessere organizzativo e inclusione.
Nuove regole per le piattaforme digitali
Il decreto introduce misure per contrastare lo sfruttamento nel settore della gig economy, in particolare nel food delivery. L’accesso alle piattaforme sarà consentito solo tramite strumenti di identificazione certificata (SPID, CIE, CNS) o account associati a un singolo codice fiscale, vietandone la cessione.
Sono previste sanzioni amministrative tra 600 e 1.200 euro per l’uso improprio degli account. Inoltre, viene riconosciuto il diritto alla trasparenza degli algoritmi: i lavoratori dovranno poter conoscere i criteri di assegnazione degli ordini, valutazione e compenso, con possibilità di intervento umano nelle decisioni automatizzate.
Se il controllo algoritmico risulta particolarmente invasivo, potrà essere presunto un rapporto di lavoro subordinato.
Altre disposizioni
Tra le ulteriori misure figurano:
- la proroga fino al 2029 dell’isopensione (uscita anticipata fino a 7 anni per lavoratori di aziende con oltre 15 dipendenti);
- la possibilità di destinare alla previdenza complementare il TFR maturato nel primo semestre 2026.
Impatto sulle imprese
Il Decreto Lavoro 2026 conferma una linea basata su incentivi selettivi, subordinati a comportamenti virtuosi: stabilità occupazionale, rispetto dei contratti collettivi e investimenti nel welfare aziendale.
Le aziende che intendono assumere o stabilizzare personale nel 2026 potranno ottenere vantaggi economici rilevanti, soprattutto nel Mezzogiorno e per categorie come giovani e donne. Tuttavia, il mancato rispetto dei requisiti, in particolare sul salario e sull’occupazione, comporta la perdita dei benefici.
Per sfruttare appieno le opportunità sarà importante verificare i requisiti operativi nei decreti attuativi, adeguare i contratti e valutare l’ottenimento della certificazione richiesta. Il testo dovrà ora essere convertito in legge dal Parlamento, e possibili modifiche potrebbero intervenire durante questo passaggio.






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