L’arte generata dall’intelligenza Artificiale: di cosa stiamo parlando? Riusciamo veramente a valutarla?

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Questa vicenda è interessante non tanto per l’arte o per l’intelligenza artificiale in sé, quanto perché mette in luce un fenomeno cognitivo e culturale molto più profondo: la crescente difficoltà degli esseri umani nel distinguere ciò che vedono da ciò che credono di vedere.

Un esperimento ai limiti del credibile

L’esperimento dell’artista concettuale noto come @SHL0MS, effettuato pochi giorni fa, era apparentemente semplice. Ha pubblicato su X un dettaglio autentico di una delle celebri Ninfee di Claude Monet, realizzata intorno al 1915 e conservata presso la Neue Pinakothek. Sopra l’immagine ha scritto che si trattava di un’opera generata dall’intelligenza artificiale nello stile di Monet e ha persino aggiunto l’etichetta ufficiale “Made with AI” di X.

A quel punto è accaduto qualcosa di sorprendente. Centinaia di utenti hanno iniziato a individuare presunti difetti tipici dell’arte generata dall’AI: colori incoerenti, composizione debole, pennellate prive di intenzionalità, assenza di profondità emotiva. Alcuni hanno scritto analisi molto lunghe e dettagliate per spiegare perché l’immagine fosse chiaramente inferiore a un “vero Monet”. Il problema era che stavano descrivendo proprio un vero Monet.

Quello che gli psicologi chiamano “confirmation bias”

L’episodio rappresenta una dimostrazione quasi perfetta di quello che gli psicologi chiamano confirmation bias, il bias di conferma. Quando le persone ricevono un’informazione preliminare (“questa immagine è stata generata dall’AI”), tendono inconsciamente a cercare elementi che confermino quella premessa. Il giudizio estetico non nasce più dall’osservazione diretta dell’opera, ma dalla narrazione che la accompagna.

Il caso è particolarmente significativo perché riguarda Monet. Oggi le sue opere sono considerate capolavori universali, ma quando furono esposte per la prima volta molti critici dell’epoca le giudicarono incomplete, confuse e persino tecnicamente sbagliate. Alcuni recensori dell’Ottocento accusavano gli impressionisti di dipingere “macchie di colore” prive di forma e struttura. In altre parole, molte delle critiche rivolte dagli utenti a una presunta immagine AI erano sorprendentemente simili alle critiche che Monet ricevette realmente dai suoi contemporanei.

Il rapporto tra intelligenza artificiale e autenticità

La vicenda apre anche una riflessione più ampia sul rapporto tra intelligenza artificiale e autenticità. Per decenni il dibattito sull’arte si è concentrato sull’opera stessa: qualità tecnica, composizione, originalità, emozione. Oggi emerge un nuovo elemento: la provenienza. Sempre più spesso il giudizio cambia radicalmente a seconda che un’opera venga dichiarata umana o artificiale.

Numerosi studi di neuroestetica mostrano che il cervello valuta un’immagine in modo diverso quando sa chi l’ha prodotta. Se un dipinto viene attribuito a un grande maestro, gli osservatori tendono a giudicarlo più bello e più profondo. Se la stessa immagine viene presentata come generata da una macchina, il giudizio tende a peggiorare. L’esperimento di @SHL0MS sembra confermare questa dinamica su scala collettiva.

Esiste poi una dimensione sociologica. Negli ultimi due anni si è sviluppata una sorta di “caccia all’AI” online. Molti utenti ritengono di essere in grado di riconoscere immediatamente immagini, testi o video generati artificialmente. Il problema è che questa sicurezza spesso supera di gran lunga l’effettiva capacità di identificazione. L’esperimento mostra come la convinzione di saper distinguere l’AI possa trasformarsi in una forma di eccesso di fiducia.

Un precedente storico

La vicenda ricorda inoltre un precedente storico. Negli anni Sessanta e Settanta furono condotti esperimenti in cui esperti d’arte valutavano opere senza conoscere gli autori. In diversi casi dipinti di bambini, dilettanti o artisti sconosciuti ottennero valutazioni sorprendentemente elevate quando venivano attribuiti a maestri riconosciuti. L’autorità dell’autore influenzava il giudizio quasi quanto l’opera stessa.

Oggi l’intelligenza artificiale sta producendo un effetto opposto ma speculare. Se nel passato il prestigio dell’autore aumentava il valore percepito dell’opera, ora l’etichetta “AI-generated” tende spesso a diminuirlo a priori.

Per questo molti osservatori ritengono che l’esperimento di @SHL0MS non sia tanto una provocazione sull’arte generativa, quanto una riflessione sulla natura stessa del giudizio umano nell’era digitale. La domanda implicita è scomoda: quando osserviamo un’opera, stiamo davvero giudicando ciò che vediamo oppure la storia che ci è stata raccontata su ciò che vediamo?

In un’epoca in cui immagini, video e testi generati dall’AI diventano sempre più indistinguibili da quelli autentici, la vera tematica potrebbe non essere non tanto saper riconoscere il lavoro delle macchine, ma comprendere quanto i nostri giudizi siano influenzati da aspettative, pregiudizi e contesto.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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