Dal caveau di Stalin alle origini del vino: perché la Georgia è considerata la culla della viticoltura mondiale
La scoperta delle 40mila bottiglie custodite a Tbilisi riporta l’attenzione su una storia che affonda le radici ben prima degli zar, dell’Unione Sovietica e persino dell’antichità classica. Per molti archeologi, il vino è nato proprio qui.
L’apertura del caveau segreto di Stalin a Tbilisi, contenente circa 40mila bottiglie provenienti in parte dalle collezioni imperiali dei Romanov, ha acceso i riflettori internazionali sulla Georgia. Tuttavia, la vera storia non riguarda soltanto Stalin, gli zar o il collezionismo enologico. Dietro quelle bottiglie si nasconde una tradizione che molti studiosi considerano la più antica cultura del vino esistente al mondo.
Secondo una ricerca pubblicata nel 2017 sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), alcuni reperti rinvenuti nei siti archeologici di Gadachrili Gora e Shulaveris Gora, nel sud-est della Georgia, contengono tracce chimiche di vinificazione risalenti a circa 8.000 anni fa, intorno al 6.000 a.C. Gli studiosi hanno identificato residui di acido tartarico, uno dei principali marcatori del vino, all’interno di grandi contenitori in terracotta. Molti archeologi considerano queste prove come le più antiche testimonianze conosciute della produzione vinicola su larga scala. Archeologia.
Se questa interpretazione è corretta, quando in Mesopotamia (nell’immagine Ninive) si stavano sviluppando le prime città e le piramidi egizie erano ancora lontane migliaia di anni, le popolazioni del Caucaso meridionale producevano già vino.

La centralità del vino nella cultura georgiana
La centralità del vino nella cultura georgiana è testimoniata anche dalla lingua. La parola georgiana per vino, ghvino, viene spesso indicata da alcuni linguisti come una possibile radice ancestrale del termine che ritroviamo nel latino vinum, nel greco oinos, nell’inglese wine e nel tedesco wein. Sebbene il dibattito linguistico sia ancora aperto, il fatto stesso che questa ipotesi venga considerata mostra quanto la Georgia occupi una posizione speciale nella storia del vino.
Uno degli elementi più straordinari della tradizione georgiana è la sopravvivenza del metodo dei qvevri, grandi anfore di terracotta interrate utilizzate per la fermentazione e l’affinamento del vino. A differenza delle botti di legno diffuse in Europa occidentale, i qvevri consentono una fermentazione naturale che mantiene un forte legame con le tecniche utilizzate migliaia di anni fa. Nel 2013 l’UNESCO ha inserito il metodo tradizionale georgiano del qvevri nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Nel corso dei secoli il vino è diventato parte integrante dell’identità nazionale georgiana. Durante il Medioevo i monasteri ortodossi svolsero un ruolo fondamentale nella conservazione delle varietà autoctone e delle tecniche di vinificazione. Ancora oggi molte delle regioni vinicole più prestigiose del Paese, come Kakheti, conservano una forte tradizione monastica.
L’arrivo dell’Impero russo nel XIX secolo
L’arrivo dell’Impero russo nel XIX secolo trasformò profondamente il settore. La nobiltà zarista sviluppò un forte interesse per i vini georgiani e molte tenute vennero modernizzate seguendo modelli europei. Furono proprio gli zar Romanov a costruire alcune delle più importanti collezioni vinicole dell’impero, parte delle quali sarebbero poi finite nel caveau oggi attribuito a Stalin.
La rivoluzione del 1917 e la successiva nascita dell’Unione Sovietica cambiarono nuovamente il destino del vino georgiano. Paradossalmente, la presenza di Stalin contribuì a mantenere una certa attenzione verso la viticoltura della sua terra natale. Nato a Gori nel 1878, il leader sovietico rimase per tutta la vita legato alla cultura georgiana del vino e prediligeva alcune varietà locali durante i banchetti ufficiali del Cremlino.
Durante l’epoca sovietica la Georgia divenne uno dei principali fornitori di vino dell’intera Unione Sovietica. Tuttavia, la produzione fu progressivamente orientata verso la quantità più che verso la qualità. Alla vigilia del crollo dell’URSS gran parte del vino georgiano era destinata al vasto mercato sovietico e la varietà delle produzioni tradizionali risultava in parte sacrificata alle esigenze industriali.
Dopo l’indipendenza del 1991 il settore attraversò una fase difficile. La crisi economica e l’embargo imposto dalla Russia nel 2006 colpirono duramente le esportazioni. Ma proprio quella crisi spinse molti produttori a ripensare il proprio modello, puntando sulla qualità, sulle varietà autoctone e sulla valorizzazione della tradizione millenaria.
Una vera rinascita enologica
Oggi la Georgia sta vivendo una vera rinascita enologica. Il Paese conta oltre 500 varietà autoctone di vite, una biodiversità unica al mondo. Vitigni come Saperavi, Rkatsiteli, Kisi e Mtsvane stanno conquistando crescente attenzione nei mercati internazionali, mentre i vini prodotti in qvevri sono diventati simboli del movimento globale dei vini naturali.
In questo contesto, il caveau di Stalin assume un significato che va oltre il semplice valore economico delle bottiglie custodite al suo interno. Quelle 40mila bottiglie rappresentano infatti un ponte tra epoche diverse: la cultura vinicola nata nel Neolitico, il prestigio della corte degli zar, il potere sovietico e la moderna ambizione della Georgia di affermarsi come una delle grandi nazioni del vino del XXI secolo.
Per molti georgiani, la vera ricchezza non è tanto il tesoro nascosto nel caveau, quanto la consapevolezza che la loro storia del vino è iniziata migliaia di anni prima che esistessero imperi, rivoluzioni e dittatori. E che forse, proprio tra le colline del Caucaso, è cominciato uno dei capitoli più importanti della storia dell’alimentazione e della civiltà umana.





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