Cani in casa: più microbi, sì, ma non maggiori rischi. Cosa dice la ricerca del Politecnico federale di Losanna
Dalla “polvere biologica” allo sviluppo immunitario, fino alle reazioni chimiche indoor
La presenza dei cani negli ambienti domestici modifica in modo significativo la qualità dell’aria e delle particelle presenti negli spazi chiusi. Scuotendosi, muovendosi o semplicemente venendo accarezzati, i cani rilasciano nell’ambiente una quantità rilevante di materiale biologico: polvere, pollini, frammenti vegetali e microbi. Le stime indicano che un cane di grossa taglia può disperdere una quantità di microrganismi da due a quattro volte superiore a quella di una persona. A prima vista potrebbe sembrare un fattore di rischio, ma la realtà è più articolata.

Dal punto di vista scientifico, i cani agiscono come veri e propri “vettori biologici”, trasportando all’interno delle abitazioni particelle provenienti dall’esterno. Questo aumenta la biodiversità microbica degli ambienti domestici, un elemento che negli ultimi anni è stato rivalutato positivamente da numerosi studi, soprattutto in relazione allo sviluppo del sistema immunitario. In particolare nei bambini, l’esposizione a una maggiore varietà di microbi è stata associata a una riduzione del rischio di allergie e a una migliore maturazione delle difese immunitarie. Il principio alla base è quello della cosiddetta “ipotesi dell’igiene”: ambienti eccessivamente sterili possono limitare l’allenamento naturale del sistema immunitario, mentre una maggiore diversità microbica favorisce un equilibrio più robusto.
L’effetto complessivo
Questo non significa che la presenza di cani sia sempre e comunque priva di rischi. In soggetti allergici o con condizioni respiratorie, l’aumento di particelle biologiche può rappresentare un fattore aggravante. Tuttavia, per la popolazione generale e soprattutto per i bambini, l’effetto complessivo tende a essere neutro o addirittura positivo.
Un altro aspetto meno noto riguarda le reazioni chimiche che avvengono negli ambienti chiusi. L’ozono, presente anche negli spazi indoor, reagisce con lo squalene, una sostanza lipidica prodotta dalla pelle umana, generando composti come aldeidi e chetoni, potenzialmente irritanti.
I cani non producono squalene, ma attraverso il contatto con le persone, per esempio durante le carezze, raccolgono frammenti di pelle umana sul pelo, che possono quindi partecipare a queste reazioni chimiche. Tuttavia, i dati mostrano che i prodotti derivanti da queste reazioni sono circa il 40% inferiori rispetto a quelli generati direttamente dalla presenza umana. In altre parole, anche in questo caso il contributo dei cani è meno rilevante di quanto si potrebbe immaginare.
Un ambiente più “ricco” dal punto di vista microbiologico
Il quadro che emerge è quindi lontano da una lettura semplicistica. I cani aumentano la quantità e la varietà di particelle presenti in casa, ma questo non si traduce automaticamente in un rischio sanitario. Al contrario, in molti casi contribuiscono a creare un ambiente più “ricco” dal punto di vista microbiologico, con potenziali benefici soprattutto nelle fasi precoci della vita. La chiave resta l’equilibrio: una buona ventilazione degli ambienti, una pulizia regolare e l’attenzione a eventuali sensibilità individuali permettono di convivere con gli animali domestici senza particolari criticità, beneficiando al tempo stesso dei loro effetti non solo emotivi, ma anche biologici, sulla vita quotidiana.





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