Stretta su frodi e “italian sounding”: l’Italia rafforza la difesa del suo export agroalimentare

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Con 154 voti favorevoli, 110 astensioni e un solo contrario, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva, il 15 aprile 2026, la nuova legge sui reati agroalimentari. Un provvedimento atteso da quasi un decennio che interviene in modo strutturale su uno dei settori più strategici dell’economia italiana: l’agroalimentare, sempre più proiettato verso i mercati internazionali, ma allo stesso tempo esposto a fenomeni di contraffazione e criminalità.

Una risposta a un sistema sotto pressione

La riforma nasce in un contesto di forte espansione dell’export. Nel 2025, le esportazioni agroalimentari italiane hanno raggiunto il record di 73 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma il ruolo centrale del Made in Italy nel commercio globale, ma che evidenzia le vulnerabilità del sistema.

Il successo internazionale dei prodotti italiani ha difatti alimentato il fenomeno dell’“italian sounding”, fenomeno che secondo Coldiretti supera i 120 miliardi di euro di valore. Si tratta di un mercato parallelo composto da prodotti esteri che imitano nomi, packaging e identità italiane, sottraendo quote rilevanti alle imprese autentiche e generando una concorrenza distorta.

Parallelamente, si è rafforzata la presenza della criminalità organizzata nella filiera agroalimentare. Il giro d’affari delle cosiddette “agromafie” è stimato in 25,2 miliardi di euro, raddoppiato nell’ultimo decennio, con infiltrazioni che vanno dalla produzione alla distribuzione.

I nuovi reati: più tutele e sanzioni mirate

Il cuore della legge è rappresentato dall’introduzione di nuovi strumenti penali. In particolare, viene codificato il reato di frode alimentare, che punisce chi importa, esporta o commercializza prodotti non genuini o difformi da quanto dichiarato, con pene che vanno da due mesi a un anno di reclusione, oltre a sanzioni pecuniarie.

A questo si affianca il reato di commercio di alimenti con segni mendaci, che colpisce l’utilizzo di indicazioni ingannevoli sull’origine o sulle caratteristiche dei prodotti, con pene da tre a diciotto mesi. La normativa introduce inoltre un’aggravante specifica per i casi di “agropirateria”, riconoscendo una maggiore gravità quando le frodi sono sistematiche o organizzate.

Si tratta di un passaggio significativo: per la prima volta, il codice penale italiano dedica un impianto organico ai delitti contro il patrimonio agroalimentare, superando la frammentazione normativa precedente.

Effetti sull’export: fiducia e posizionamento competitivo

L’impatto della legge si gioca soprattutto sul terreno internazionale. In un mercato globale dove la qualità percepita è decisiva, la capacità di garantire autenticità e tracciabilità rappresenta un vantaggio competitivo cruciale.

Il rafforzamento dei controlli su etichettatura, origine e composizione dei prodotti può contribuire ad accrescere la fiducia dei consumatori esteri, elemento fondamentale per consolidare e ampliare le quote di mercato. Le produzioni certificate, come DOP e IGP, risultano tra le principali beneficiarie di questo nuovo quadro normativo, potendo contare su una tutela più efficace contro imitazioni e abusi.

In questo senso, la legge non ha solo una funzione repressiva, ma anche promozionale: protegge il valore economico del Made in Italy e ne rafforza il posizionamento nei segmenti di fascia alta.

Le criticità: cooperazione internazionale e costi per le imprese

Non mancano, tuttavia, le ombre. Uno dei principali limiti riguarda la dimensione internazionale del fenomeno. Gran parte delle contraffazioni e dell’italian sounding si sviluppa al di fuori dei confini nazionali, rendendo indispensabile una cooperazione più stretta a livello europeo e globale. Senza strumenti condivisi, l’efficacia della normativa rischia di ridursi.

Un altro nodo riguarda i costi di adeguamento per le imprese, in particolare per le piccole e medie aziende. L’inasprimento dei controlli e l’obbligo di maggiore trasparenza lungo la filiera richiederanno investimenti in sistemi di tracciabilità, certificazioni e gestione dei dati. Se da un lato questo può stimolare innovazione, dall’altro rischia di pesare sui margini delle realtà più piccole.

Dieci anni di attesa: l’eredità della “Legge Caselli”

Il provvedimento affonda le sue radici nella cosiddetta riforma elaborata dalla commissione guidata da Gian Carlo Caselli, da cui prende il nome di “Legge Caselli”. Un progetto rimasto per anni in sospeso, nonostante il crescente consenso sulla necessità di aggiornare il quadro normativo.

L’approvazione definitiva arriva oggi in un contesto mutato, caratterizzato da una maggiore attenzione alla sicurezza alimentare, alla trasparenza e alla sostenibilità. Elementi che hanno reso non più rinviabile un intervento organico.

Una svolta strategica per il Made in Italy

La nuova legge sui reati agroalimentari segna dunque una svolta per il sistema italiano. Le cause che ne hanno determinato l’approvazione (globalizzazione, contraffazione, infiltrazioni criminali) riflettono le sfide di un settore sempre più centrale e complesso.

Gli effetti attesi sono rilevanti: maggiore tutela per consumatori e imprese, rafforzamento dell’export, valorizzazione delle eccellenze territoriali. Ma il successo della riforma dipenderà dalla sua applicazione concreta e dalla capacità di inserirla in una strategia più ampia, capace di coniugare controllo, innovazione e apertura ai mercati internazionali.

In gioco non c’è soltanto la difesa di un comparto economico, ma la credibilità stessa del Made in Italy nel mondo.

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Caterina Chiarelli

Content Editor Bachelor’s Degree, Master’s Degree,Postgraduate Master

Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.

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Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.