Violenza contro le donne: verso regole comuni in Europa
Dalla direttiva UE alla spinta per un “reato europeo”: cosa sta cambiando
L’Unione Europea non ha ancora introdotto un unico reato sessuale valido in tutti i Paesi, ma in effetti sta costruendo un quadro normativo sempre più armonizzato. Il passaggio chiave è la Direttiva UE 2024/1385, il primo atto legislativo europeo specifico sulla violenza contro le donne.

La base: la direttiva europea già in vigore
Nel 2024 l’UE ha approvato una direttiva che stabiliva norme minime comuni per prevenire e combattere la violenza di genere e rafforzare la protezione delle vittime introducendo criteri comuni su reati, sanzioni e assistenza.
In particolare, la direttiva definisce e armonizza reati come mutilazioni genitali, molestie online, stalking imponendo standard minimi di pena (es. almeno 5 anni per alcune pratiche gravi) e obbligando i singoli Stati a migliorare accesso alla giustizia e servizi di supporto. Tuttavia, resta una armonizzazione minima, non una totale uniformità
Intervistiamo l’economista Alessia Potecchi che sul fronte di queste riforme si è impegnata personalmente.
Intervista ad Alessia Potecchi. “Per l’Europa solo Si’ è Sì’”

“La Commissione Europea ha votato una risoluzione per uniformare tutti Paesi in materia di reato sessuale contro le donne. Una risoluzione approvata dalla Commissione per chiedere di mettere al centro la vittima e il valore fondamentale del consenso per partire tutti dal principio che senza un consenso esplicito, libero e revocabile si tratta sempre di violenza sessuale. Una risoluzione che sposa i parametri della convenzione di Istanbul e che mette gli Stati, che ancora non hanno assunto tale principio, nella condizione di farlo e uniformarsi in materia di violenza di genere.”
Che cosa distingue questa nuova normativa dalla precedente?
“E’ un testo molto importante che sancisce che non occorre più per una donna dimostrare che l’atto è stato violento, che è stata aggredita o che ha opposto resistenza fino alla fine, conta solo una cosa: se c’è stato un consenso libero ed esplicito. Una linea che vuole davvero sostenere le donne e mettere al centro la vittima perché in una situazione di violenza la vittima è sempre colei che è oggetto dell’abuso e non ha alcuna responsabilità, qualsiasi sia il suo comportamento che spesso è frutto di paura, shock e immobilismo per evitare conseguenze peggiori”.
Questa innovazione migliora la Convenzione di Istanbul?
“Sì, la legislazione basata sul consenso è già uno standard internazionale previsto dalla Convenzione di Istanbul, ma questa non è una battaglia puramente simbolica: significa riconoscere finalmente la realtà della violenza sessuale, contrastare l’impunità e costruire una cultura del consenso e dell’autodeterminazione. La risoluzione della Commissione Europea afferma che “solo un’indicazione chiara, affermativa, libera e inequivocabile del consenso è valida” nei rapporti sessuali. Aggiunge che “il silenzio, la mancanza di resistenza verbale o fisica o l’assenza di un ‘no’ non possono essere interpretati come consenso” e questo rappresenta un grande passo in avanti sulla strada di costruire al più presto una uniformità tra gli stati membri in tema di violenza sessuale basata sul principio che “solo Sì è Sì”
In Italia non è già così?
“No, è esattamente quello su cui ci siamo impegnati qui in Italia, ma è stato bloccato dal DDL Buongiorno che ha invece riportato sulla vittima il peso della dimostrazione di avere detto NO e di avere rifiutato il rapporto: insomma, peggiora la legge e non tutela le vittime. La risoluzione della Commissione Europea inoltre pone l’accento sul fatto che il consenso preventivo, le relazioni sessuali precedenti o qualsiasi relazione con l’autore del reato, compreso il matrimonio, non implicano il consenso automatico. Avanti su questa strada, è una battaglia di civiltà in nome delle troppe vittime di stupro e violenza.“
Il nodo politico: una definizione comune di stupro
Il vero salto di qualità riguarda il tema di uniformare la definizione di stupro basata sul consenso in tutta l’UE, una definizione unica di stupro fondata sul consenso e l’inclusione della violenza di genere tra i cosiddetti “reati europei”
Perché serve uniformare le norme
Il problema è strutturale. In Europa i livelli di tutela variano molto, le pene e le definizioni non sono omogenee e in sostanza le vittime possono avere diritti diversi a seconda del Paese. Secondo analisi giuridiche, la direttiva nasce proprio per colmare “lacune normative” e rafforzare la protezione delle donne
La direttiva non è immediatamente operativa in modo uniforme. Gli Stati membri devono recepirla entro il 2027, ogni Paese dovrà adeguare il proprio diritto penale e quindi le differenze non spariranno subito. È una transizione, non un cambiamento istantaneo.
I limiti e le criticità
Nonostante il passo avanti, restano alcuni nodi:
Mancanza di un reato unico europeo
L’UE non ha ancora piena competenza penale per imporre una definizione identica in tutti gli Stati.
Resistenze politiche
Il voto europeo mostra divisioni tra Paesi e gruppi politici, soprattutto sulla definizione di stupro.
Applicazione concreta
Il rischio è che alcuni Paesi recepiscano la direttiva in modo minimale e solo pochi altri in modo più avanzato, creando ancora differenze.
Il significato politico della risoluzione
La risoluzione europea non è solo tecnica, ma politica: segna il passaggio da politiche nazionali a una visione europea dei diritti, riconosce la violenza contro le donne come problema strutturale e apre la strada a un possibile reato europeo in futuro.
Il processo in corso non è ancora una piena “uniformazione”, ma un passaggio decisivo perché esiste ora una direttiva che crea standard comuni.






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